Zero K

Don DeLillo, Einaudi, 240 pp., 19 euro

16 Dicembre 2016 alle 09:56

Pensa all’età della Terra, le ere geologiche, gli oceani che compaiono e poi scompaiono. Pensa all’età dell’universo, ai miliardi e miliardi di anni. E poi pensa a noi, a me e a te, che viviamo e moriamo in un lampo”. Il tempo che gli uomini hanno a disposizione può essere misurato in secondi. Le cose che abbiamo fatto e di cui ci siamo dimenticati, i luoghi in cui abbiamo abitato, le persone che abbiamo amato, “la caparbia marea di giorni e di notti”, non durano che qualche manciata di istanti. E’ uno scandalo, un pensiero intollerabile. In questo senso, religioni e filosofie non sono servite a niente. Ross Lockhart è un magnate della finanza che ha sessant’anni e crede fermamente nella scienza e nel futuro. Quando la sua seconda moglie Artis si ammala di una malattia incurabile, decide di investire tutti i suoi soldi in Convergence, un’azienda biomedica che grazie alle scoperte tecnologiche è in grado di conservare i corpi delle persone e le loro coscienze fino a quando non verrà scoperta una cura per tutte le malattie. A Convergence le persone muoiono per poter rinascere sane in un mondo migliore. In questo luogo, nascosto in mezzo al deserto del Kazakistan, è stata sepolto il tempo e la storia, la morte non esiste più. Non è fantascienza: è criogenetica, il futuro, anzi, il presente dell’umanità. Artis crede fermamente in questo progetto. E’ calma e sorridente e aspetta solo che arrivi un medico a prenderla, suo marito è al suo fianco. Insieme a loro c’è anche Jeffrey, il figlio di Ross, arrivato in clinica per salutare la sua matrigna. Jeff si guarda intorno e non capisce, quel luogo non ha niente di familiare. Nei corridoi corpi di uomini nudi, rasati e svuotati degli organi essenziali sono in attesa di potere rinascere, sugli schermi vengono trasmesse in continuazione immagini di disastri e catastrofi naturali. La vita è fragilissima, la morte insopportabile. Convergence offre una nuova forma di religione, che non contempla la devozione e neanche il rimorso, ma soltanto fiducia nella scienza e nell’immortalità. Un delirio collettivo, pensa Jeff.

 

Una volta eliminata la morte dalla nostra vita, di che cosa scriveranno i poeti? Che fine faranno Dio e tutti i secoli dei secoli amen? “Tutti vogliono possedere la fine del mondo” dice Ross a suo figlio cercando di giustificare il suo investimento; Jeff lo ascolta e non crede a una sola parola. Fin da piccolo è stato abituato alla religione del “mangia e dormi”, nessun salto e nessuna caduta, nessuna grande ambizione. “La vita è fatta di momenti ordinari, questo è quanto”. Gli è stato consegnato un mondo a pezzi, in cui l’ottimismo dei padri ha travolto i figli senza riuscire a coinvolgerli. Com’è possibile farsi contagiare dalle grandi speranze degli uomini di Convergence, se non hanno niente a che vedere con la vita degli uomini, le loro paure e il loro dolore? Nel suo ultimo romanzo Don DeLillo racconta l’avanguardia di una nuova epoca, in cui la scienza è in grado di tirare una riga sopra a millenni di religione, prediche e preghiere, e l’uomo è debole e disorientato. A differenza di suo padre, a Jeff Lockhart bastano piccole e momentanee ricompense, niente di eterno, niente di immortale: le grida di meraviglia di un bambino, pronunciare il nome di un’amante, mettere insieme frammenti ordinari e dimenticabili. “Era tutto quello di cui avevo bisogno per vivere di giorno in giorno e ho provato a pensare a quei giorni e quelle notti come la silenziosa controrichiesta, la nostra, alla diffusa credenza che il futuro, quello di tutti, sarebbe stato peggiore del passato”. 

 

ZERO K
Don DeLillo
Einaudi, 240 pp., 19 euro

 

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