Storia dell'opera italiana

Fabrizio Dorsi, Giuseppe Rausa
Casa musicale Eco, 2 voll., 230+532 pp., 25+45 euro

La storia dell’opera spiegata bene. Nella successione degli eventi, per cominciare, con le relazioni che in quella successione si possono leggere e il clima dell’epoca che vi si può respirare. L’ultimo Verdi, il verismo, Puccini, per esempio, non sono monadi chiuse in un capitolo. Si danno la mano nelle pagine dedicate ai primi anni Novanta dell’Ottocento, consentendo anche di spolverare qualche nozione, se necessario: “Falstaff” è successivo sia alla grande affermazione di “Cavalleria rusticana” di Mascagni, che è del 1890, sia ai “Pagliacci” di Leoncavallo, al debutto nel 1892 sotto la guida del giovane Arturo Toscanini. Ma l’ordine delle cose, con dettagli che altrimenti sfuggirebbero, regala anche qualche brivido di piacere postumo al melomane. Non è un sottile piacere, magari anche il rimpianto per una stagione irripetibile, vedere quanto era stata feconda quella manciata di giorni del 1893 quando andarono in scena per la prima volta due opere tanto diverse, ma analogamente destinate a una perenne giovinezza, come il primo trionfo di Puccini e l’ultimo capolavoro di Verdi? E’ del 1° febbraio, al Regio di Torino, il debutto di “Manon Lescaut” (titolo pucciniano prediletto da Visconti), del 9 quello di “Falstaff” alla Scala. Sin dal titolo, questa storia ha almeno un confine definito: opera italiana, di autori (della musica) nati e formatisi in Italia. Dunque, non solo niente Wagner e Strauss, Bizet e Musorgskij, ma anche porte chiuse, un po’ a malincuore, a Händel e Mozart. A malincuore si definiscono anche i limiti temporali, quelli più vicini a noi: se già nella nota introduttiva alla prima edizione del testo, nel 2000, era segnato il 1926, anno di “Turandot”, come data spartiacque oltre la quale nessuna opera italiana è entrata a far parte del grande repertorio lirico, in questa recente edizione riveduta gli autori vanno un po’ più in là: è vero, un paio di opere (di Pizzetti e Rota) si sono sentite con una certa frequenza, ma in realtà la programmazione dei teatri negli anni Duemila è stata più attenta a una succedanea ricerca di titoli “inediti” ripescati dal passato.
Dal punto di vista creativo, il melodramma è un genere al crepuscolo, soffocato da altri tipi di spettacolo e di narrazione – anche se è difficile credere che sia vittima di un’obsolescenza così programmata come la intende Giuseppe Rausa (autore del secondo volume di questa storia, “Dall’Ottocento ai giorni nostri”) quando scrive che una volta finita la Seconda guerra mondiale, “dopo l’estendersi dell’egemonia statunitense in Europa occidentale, nei paesi ‘annessi’ viene attuata, in ambito musicale, la progressiva demolizione della loro secolare cultura e una lenta ma inesorabile sostituzione dei prodotti musicali europei con quelli angloamericani”. Come che sia, l’opera in quanto nuovo prodotto di spettacolo è stata soppiantata nei favori popolari dal cinema (il quale già rischia a sua volta di essere offuscato dalla serialità televisiva). Meno in crisi, sia pure con una platea in sedicesimo rispetto a quella del grande schermo, l’opera appare nella lunga stagione della sua riproducibilità: cantanti, registi, direttori – l’apparato esecutivo-interpretativo – riempiono oggi la scena, e tanto basterebbe a farne un capitolo a sé, forse il preponderante, in una storia dell’opera degli ultimi cinquant’anni. Del resto, gli autori di questi due volumi, e soprattutto Fabrizio Dorsi che si è dedicato con acribia e passione al “Seicento e Settecento”, hanno saputo adattare il loro racconto del teatro d’opera al diverso peso che storicamente hanno avuto di volta in volta il sistema produttivo, la vocalità, la librettistica. Anche perché “per quasi duecento anni la musica” è stata “solo una delle componenti dello spettacolo, e non necessariamente la più importante”. 

 

STORIA DELL'OPERA ITALIANA
Fabrizio Dorsi, Giuseppe Rausa
Casa musicale Eco, 2 voll., 230+532 pp., 25+45 euro

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