Absolutely Nothing

Giorgio Vasta, Ramak Fazel
Quodlibet, 291 pp., 22,50 euro
Absolutely Nothing

Questo volume si presenta ai nostri occhi come un libro di viaggio corredato da foto. Una serie di soglie testuali e paratestuali, però, mette in dubbio questa ipotesi. Le fotografie sono poste in appendice, mentre pochissime si incastonano nel testo. In secondo luogo, i capitoli seguono sì una numerazione crescente, ma le date poste a sottotitolo non hanno un ordine cronologico come a suggerirci una discrasia tra il tempo del viaggio e il tempo del racconto. Infine, il libro si apre con il resoconto di un sogno, quasi Vasta ci volesse mettere direttamente in guardia su ciò che leggeremo da qui in avanti: non tanto in viaggio fisico, quanto una riflessione su un immaginario, in cui “le persone si fanno personaggi” e obbediscono a una “scrittura che soprattutto suppone, finge, si arrangia, mente”. Absolutely nothing è una sorta di itinerarium mentis in nihilo, un viaggio della mente nel nulla. Vasta si muove non tanto cercando luoghi, non tanto descrivendoli, ma provando a vedere in che modo la sua testa, la sua cultura, il suo sapere interferiscono con quel deserto. L’operazione è interessante perché questa ri-costruzione immaginativa non avviene “visitando” un luogo neutro, ma gli Stati Uniti. Grazie al loro cinema, alla musica e alla letteratura, gli States sono un luogo profondamente connotato dal punto di vista dell’immaginario: ogni spazio è stato teatro di set cinematografici, o è stato cantato o raccontato in un romanzo. Gli Stati Uniti sono la terra dove l’epica e il racconto di se stessi è connaturato nella conversazione; epico è il modo in cui una donna decide di dare vita a un cimitero degli aeroplani, epico è il sentimento che si respira camminando per le insegne dismesse dei casinò a Las Vegas. Vasta sente per l’intero viaggio e per le successive fasi di scrittura un’attrazione profonda per questi luoghi abbandonati: ne sente la bellezza. Il motore di questo libro sta in questo stupore. Sono pagine che raccontano la bellezza dentro il disastro, dentro il vuoto e il nulla; come quando, contemplando un lago salato, l’autore dice: “Se anche questo lago è l’effetto di un disastro, è lo stesso magnifico”. Silvia, la sua interlocutrice, guarda l’autore e dice: “Credo [questo] che dipenda da te […]. Da come funziona la tua immaginazione”. Absolutely nothing, però, non si limita a essere resoconto “immaginario” di un viaggio. Per dirla con Gozzano, Vasta ha intrapreso un “viaggio per fuggire un altro viaggio”, scoprendo che il cercare e il desiderare il vuoto fisico non leniscono l’abbandono e la mancanza. Nelle sue pagine finali, diventa il ritratto della generazione dei nati negli anni 70, e l’assoluto niente – che campeggia nel titolo – altro non è che il nostro corpo.
 

ABSOLUTELY NOTHING
Giorgio Vasta, Ramak Fazel
Quodlibet, 291 pp., 22,50 euro

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