Regni dimenticati

Gerard Russell
Adelphi, 385 pp., 25 euro
Regni dimenticati

La mappa geografica del vicino e medio oriente rivela oggi un quadro di conflitti etnici e religiosi, di intere aree sottomesse al Califfato jihadista, a governi un tempo cari all’occidente e ora barcollanti, a realtà in cerca di definitiva emancipazione dal passato coloniale. Ma se la stessa mappa fosse stata guardata secoli fa, il panorama sarebbe stato del tutto diverso. Religioni e culti diffusi che oggi sopravvivono in piccole ed enigmatiche ridotte, spesso in zone impervie e sconnesse dalla grande comunicazione globale. Gli yazidi nell’Iraq settentrionale, con i templi che custodiscono le statue di un pavone associato al diavolo, i kalasha della frontiera afghano-pakistana, la cui fede contempla immagini lignee di antenati-eroi, e ancora religioni che assegnano un ruolo speciale al fuoco, all’acqua, al sole e alla luna. “L’argomento è affascinante”, si legge all’inizio del primo libro di Gerard Russell, diplomatico britannico che ha passato parte della sua vita tra Il Cairo, Gerusalemme, Baghdad, Kabul e Gedda. Per due anni, tra il 2001 e il 2003, è stato portavoce del governo di Londra per i canali di informazione in lingua araba. Ha lavorato quattro anni per indagare questa realtà sommersa, i regni dimenticati, le religioni che sopravvivono in un medio oriente dove ormai sono sparuta minoranza. Ha ragione Rory Stewart, quando nella Prefazione scrive che “si tratta di un argomento quasi inaffrontabile”, perché “queste religioni sono straordinariamente difficili da avvicinare, da comprendere, da descrivere. Sopravvivono anche perché situate nelle regioni più remote, montuose e pericolose del medio oriente”. I loro seguaci, poi, “parlano spesso in lingue oscure, arcaiche”. Per non parlare degli archivi – quando esistono e sono accessibili – che “incutono soggezione”. C’è una vena nostalgica nel racconto di Russell, che comunque è asciutto e ben poco indugia nel malinconico anche quando scrive che è “come se i superstiti del mondo antico che mi studiavo di indagare si stessero disfacendo sotto il mio sguardo”. Gli esempi, a tal proposito, non mancano: zoroastriani, drusi, copti. E anche i mandei, che “vivevano fino a poco tempo fa nell’Iraq meridionale, dove hanno mantenuto in vita la lingua dell’antica città di Babilonia, l’aramaico, e la credenza nei poteri soprannaturali di stelle e pianeti”. Fa un certo effetto pensare che ancora negli anni Quaranta “i maghi mandei invocavano nei loro scongiuri gli dèi e le dee” dell’antica metropoli che fu di Hammurabi. Di storie così l’opera ne è piena. Popoli di cui solo gli specialisti del settore hanno sentito parlare, tradizioni ignote ai più, culti ancestrali misconosciuti alle masse, se non per le tristi vicende dell’attualità che hanno portato a scoprire l’esistenza della comunità yazida.  Russell procede con rigore e abbondanza di dati e notizie che affondano le radici nella tradizione orale e nei più sicuri documenti disponibili, svelando pure qualche sorpresa, come le informazioni circa la sorte dei samaritani, popolo che i più hanno conosciuto dal Vangelo: a essi, scrive l’autore, “fu risparmiato il destino inflitto agli ebrei nel 70 d.C., quando le legioni romane sedarono la loro rivolta e saccheggiarono Gerusalemme distruggendo per sempre il tempio. I samaritani anzi prosperarono in assenza dei loro rivali storici”. Questo almeno fino al sesto secolo, quando l’imperatore Giustiniano “demolì tutte le loro sinagoghe e gli proibì di prestare servizio nell’amministrazione e nell’esercito imperiale, di testimoniare in processo contro un cristiano e persino di trasmettere i propri beni ai figli. Non sorprende – chiosa Russell – che i samaritani fossero ostili verso gli stranieri”, né che “accogliessero con favore l’avvento degli arabi musulmani nel 637 d.C.”.


REGNI DIMENTICATI
Gerard Russell
Adelphi, 385 pp., 25 euro

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