Ponzio Pilato

Aldo Schiavone
Einaudi, 184 pp., 22 euro
Ponzio Pilato

E’ ambizioso il titolo del terzo capitolo – “Dio e Cesare” – del libro dello storico Aldo Schiavone. Può sembrare un azzardo, un’esagerazione, se non si scorressero le dense righe che ripercorrono il drammatico dialogo tra Gesù e Pilato, figura quest’ultima tra le più enigmatiche raccontate dai Vangeli, di cui ben poco si sa. “Entrambi erano lì nel nome di un altro, del cui volere si consideravano interpreti ed esecutori. Pilato, dell’imperatore, ‘padrone del mondo’”, Cristo “nel nome del Padre suo, e di questo egli era altrettanto certo, ma di una certezza solitaria, esposta al dubbio e all’angoscia”. Sono le “due spade” che si confrontano, seppure su un piano diverso, asimmetrico, perché “il rapporto che li lega rimane intrinsecamente problematico”. Il motivo è semplice, in fin dei conti: “Quel che è di Cesare può essere dismesso senza danni e non mette in questione la salvezza. Quel che è di Dio, no. Richiede una dedizione totale”. La base è il Vangelo di Giovanni, ritenuto più affidabile  rispetto ai sinottici, anche per mere questioni cronologiche. Le interruzioni nel  procedere del dialogo, evidenti, sono la prova che il botta e risposta è stato registrato così come tramandato dalla tradizione orale, da quel che si diceva in città, magari da quel che raccontarono i testimoni. La conferma, insomma – data dalla sua stessa imperfezione – che non si tratta di una narrazione romanzata ex post, scritta a tavolino. Schiavone arriva ad affermare l’essenzialità di Pilato nel racconto del momento decisivo: “La forza dell’annuncio di Gesù stava anche nel concreto contesto della sua proclamazione. Il suo insegnamento si stava concludendo di fronte a Pilato”, e “l’ultimo momento della sua predicazione è per l’ascolto del prefetto”. Un cerchio che si chiude, dunque. La necessità di usare un processo – seppur così lontano dai canoni processuali cui siamo abituati noi figli della modernità – per compiere il “disegno” più alto. E’ la “decisione dagli esiti incalcolabili, capace di segnare il futuro del mondo”.
Dopotutto, Gesù non si ribella né contesta il ruolo dell’autorità costituita che lì rappresentava Roma: “Non è uno zelota in rivolta, e nemmeno il profeta di un’apocalisse che sta precipitando per travolgere tutto. Non ha un obiettivo politico immediato da raggiungere. Non ne ha mai avuti”. “La sua lezione più guarda lontano, al di là degli stessi orizzonti della storia, più è piena di realismo”. E Pilato, a modo suo, lo capisce.  E’ il tacito patto cui fa riferimento Schiavone quando ipotizza che Giovanni non racconti tutto, che nasconda i termini dell’accordo implicito tra giudice e imputato. Pilato si rende conto che il prigioniero consegnatogli dai sacerdoti (e non dal popolo ebraico complessivamente inteso) non avrebbe fatto nulla per salvarsi. Gesù sa che deve morire: “Non lo desiderava affatto”, ma è consapevole che che la morte è “un segno fortissimo e definitivo, che avrebbe fissato per sempre le sue parole”. Il prefetto è convinto dell’innocenza di colui che ha davanti, tenta di salvarlo, lui che di Bibbia sapeva poco o nulla e diffidava di quella che Ernesto Galli della Loggia ha definito “l’incontenibile dimensione teocratica propria del monoteismo ebraico”: “Dunque tu sei re?”, gli domanda. “Doveva essersi sorpreso non poco dei discorsi di Gesù”, osserva l’autore: “Al prigioniero non sembrava importasse granché difendersi dalle gravissime accuse che gli erano state contestate dai giudei, ma pareva seguire un suo disegno, per il quale era più importante approfittare dell’occasione per ribadire e chiarire in modo alto e forte alcuni punti del suo insegnamento, che rendere meno disperata la sua posizione. E d’altra parte, Gesù non aveva esitato a usare anche lui quella parola pericolosa: regno”.   

 

PONZIO PILATO
Aldo Schiavone
Einaudi, 184 pp., 22 euro

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