Letture di un perdigiorno

Michele Magno
Grantorino, 268 pp., 20 euro

23 Febbraio 2016 alle 09:08

Leggo per legittima difesa”, è la citazione di Woody Allen posta in esergo al libro. “Diceva Italo Calvino che solo nelle letture disinteressate possiamo imbatterci in un libro che diventa il ‘nostro’ libro”, è l’attacco dell’Introduzione. Pugliese, classe 1944, laureato in Storia e filosofia alla Sapienza, Michele Magno ha poi studiato questioni sociali e del lavoro, è stato dirigente del Pci e della Cgil: “Comunista pentito, ma non troppo. Sindacalista pentito, ma non troppo. E’ ancora di sinistra, ma non troppo”, dice di sé. Dopo aver scritto quelli che egli stesso definisce “libri noiosissimi sulle trasformazioni sociali e del lavoro, sconosciuti ai più”, Duccio Trombadori lo ha presentato a Giuliano Ferrara. E da allora ha iniziato a scrivere per il Foglio. In particolare, per le pagine del sabato. Articoli che nascono per lo più, da libri. In realtà si tratta di piccoli saggi, in cui c’è tutta la cultura e lo spessore di quegli altri libri “noiosissimi”, scritti con brio ed eleganza. I protagonisti sono rivoluzionari e traditori, usurai e banchieri, pacifisti e guerrafondai, scienziati e ciarlatani, filosofi e condottieri, eretici e cortigiani, statisti e arruffapopoli. “Un popolo di santi, poeti, navigatori…”, si intitola il primo dei contenitori in cui è divisa questa raccolta. Ed ecco sfilare, l’uno dopo l’altro, noti statisti come Alcide De Gasperi, Pietro Nenni o Giovanni Amendola, condottieri del calibro di Andrea Doria, ma anche i guru dello scopone Chiatrella e del bridge Eugenio Chiaradia, il Nobel dimenticato Ernesto Moneta, e un Cavour visto dalla particolare angolazione di partigiano del sistema metrico decimale. Vengono poi coloro che “hanno disturbato il sonno del mondo”.
Nell’Introduzione, Magno ha confessato il suo debito con Plutarco, e infatti Leibniz, Spinoza, Leonardo e Machiavelli sono esaminati con lo schema delle celebri “Vite parallele”. I “padri nobili della destra europea” sono esaminati quattro alla volta: Oakeshott, Schmitt, Strauss, Hayek. E poi ci sono Metternich, Gandhi, Atatürk, Keynes, Alan Turing. La parte sul “potere delle donne” merita un’introduzione a parte, che mette a confronto le ministre di Renzi con il libro di Cesarina Casanova “Regine per caso”. Elisabetta I, Madame de Pompadour, Eleonora Duse e Angela Merkel sono i quattro grandi prototipi, cui si affiancano alcuni nomi meno noti, ma a loro volta rivelatori di importanti problemi storici: Sybille de Cabris, Clelia Farnese, Marie d’Agoult. Infine, le “Storie scomode”: l’usuraio e il banchiere di Jacques Le Goff, il ghetto ebraico della Roma papalina, il mesmerismo, i mercenari, gli eunuchi, i traditori. “Ma chi vince non è mai un traditore”. Gran finale irridente: lo iettatore. In apparenza è un allegro guazzabuglio tenuto assieme solo dal gusto per il raccontare à la Sharazad delle “Mille e una notte” o à la Boccaccio del “Decameron”. Ma in realtà corre tra tutti questi ritratti un filo rosso, che è il problema del potere. La domanda è quella di sempre: perché il potere o ha consenso o è sfidato? “Gli uomini hanno comunque bisogno di protezione, e cercano questa protezione nel potere”, risponde Carl Schmitt. “I rapporti tra gli individui sono di tipo cooperativo”, controbattono liberali quali Friedrich von Hayek e Bruno Leoni.  Teatro, democrazia e Olimpiadi nacquero assieme quando l’intreccio tra rappresentazione, rappresentanza e competizione diede vita alla politica. “Il pericolo che la democrazia italiana divenga il teatro di un’altra forma estetica, quella della commedia dell’arte di Arlecchino e Pulcinella (portentosa messa in scena del nostro atavico istrionismo), c’è e non è da sottovalutare”.  

 

LETTURE DI UN PERDIGIORNO
Michele Magno
Grantorino, 268 pp., 20 euro

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