Le armi del diavolo

Marco Scardigli, Andrea Santangelo
Utet, 200 pp., 16 euro
Le armi del diavolo

Sei punti di vista per raccontare una battaglia, sei personaggi per abitarla. C’è il giovane cavaliere scozzese, fresco di destriero e d’armatura, ci sono lo scagnozzo italiano fedelissimo di Giovanni dalle Bande Nere e l’esperto artigliere ferrarese, l’archibugiere spagnolo che sogna un futuro tra le meraviglie del Nuovo Mondo, l’indomita vivandiera lanzichenecca e la nobildonna italiana che freme ancora di nostalgia per gli splendidi anni di Ludovico il Moro. Nell’intreccio delle loro storie, condensate in meno di ventiquattr’ore, si tesse la trama dello scontro che ridefinì, almeno temporaneamente, i rapporti tra i due più potenti stati europei tra Quattro e Cinquecento e la misura del loro dominio sull’Italia. La battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 tra i soldati del re di Francia Francesco I di Valois e quelli dell’imperatore spagnolo Carlo V d’Asburgo, sarebbe passata alla storia anche solo per questo, se non rappresentasse più in generale un punto di svolta nella condotta delle guerre e, più in là, nell’affermazione dell’egemonia europea nel mondo. Le armi da fuoco concludono infatti su questo campo di battaglia il loro apprendistato durato un paio di secoli e si rivelano decisive nel capovolgere le sorti di un conflitto il cui esito sembrava segnato. Giunto in Italia con un imponente esercito di trentamila uomini per riprendersi il ducato di Milano, lo stesso Francesco I incarna bene lo scarto evolutivo. Si chiude l’èra della cavalleria pesante e s’impone, superando le diffidenze dei decenni precedenti, l’efficacia risolutiva delle “armi del diavolo”: archibugi e ora anche moschetti, più precisi, rispetto ai primi, e più potenti nel fuoco e nella portata di tiro. Storici militari non accademici, Marco Scardigli e Andrea Santangelo drammatizzano il racconto della grande storia attraverso le piccole storie di uomini e donne comuni: personaggi di fantasia – costruiti però sulla base di lettere e diari del tempo – che danno corpo e palpito alla successione degli eventi. Così, la voce interiore della battaglia narra della fame e dell’ardimento, della carica incontrastata della cavalleria francese finché non diventa facile bersaglio degli archibugieri spagnoli, del violento corpo a corpo tra il quadrato dei lanzichenecchi e quello della Banda Nera, delle razzie sui corpi dei caduti, delle speranze e delle paure dei singoli. Quasi un romanzo, in coda al quale un bell’apparato di note, sempre di agile lettura, dà conto del quadro storico e del senso della guerra all’alba del ’500, di mercenari e cavalieri, di nuove armi e nuove chiese.

 

LE ARMI DEL DIAVOLO
Marco Scardigli, Andrea Santangelo
Utet, 200 pp., 16 euro

 

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