La cripta dei cappuccini

Joseph Roth

Adelphi 2007, 196 pp., 10 euro (ebook 3,99 euro)

24 Dicembre 2015 alle 16:23

La cripta dei cappuccini
L’immagine finale, con Trotta che guarda mesto le austere tombe degli Asburgo, è un capolavoro che ha pochi pari nella letteratura del Novecento. Non v’è stata penna migliore di quella di Joseph Roth nel cantare malinconicamente la fine di un mondo sopravvissuto per secoli a guerre, pestilenze, rivoluzioni. Mai avrebbero immaginato i sudditi dell’Austria guidata con piglio pratico dai sovrani illuminati e dall’eterno Francesco Giuseppe, che quel cosmo che mescolava insieme etnie e religioni diverse l’una dall’altra si sarebbe disfatto in chilometri di trincee scavate nella roccia, da un fronte all’altro d’Europa. Forse solo Stefan Zweig può competere con Roth, benché le sue opere, poi, si discostino da quel canto luttuoso calato sulla decrepita corte viennese. “La Cripta dei cappuccini” è il compendio della gloria tramontante e della fine miserabile dell’Impero; parabola vissuta con gli occhi del giovane protagonista, erede di una umile famiglia nobilitata da Francesco Giuseppe (un Trotta gli salvò la vita a Solferino). E’ spensierato, il ragazzo, sa quel che accade nelle periferie, gli sono note le tensioni lungo le frontiere del mondo asburgico, ma anch’egli considera impossibile quel che qualcuno inizia a vaticinare: la fine di tutto. Solo quando leggerà il proclama con la chiamata alle armi, capirà. E gli anni della guerra saranno segnati da un’amarezza che poi è quella del Roth esule. E che è forse la stessa di chi oggi guarda il lento (ma progressivo) disfacimento dell’Europa così come pensata sessant’anni fa. Ed è di Roth anche la domanda finale messa in bocca a un Trotta ormai disilluso, pronunciata con lo sguardo fisso sul sarcofago del kaiser: “Dove devo andare, ora, io, un Trotta?”.

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