Corruzioni. Le ‘Note azzurre’ manipolate da Giorgio Dell’Arti

Carlo Dossi,

Edizioni Clichy, 232 pp., 12,90 euro

 

Corruzioni. Le ‘Note azzurre’ manipolate da Giorgio Dell’Arti
Un Longanesi dell’Ottocento (o forse un Flaiano, come dice Alberto Arbasino nell’introduzione), ma sboccato e improvvisamente profetico, spiritoso e poi profondo, con Vittorio Emanuele II al posto di Mussolini e Manzoni al posto di Moravia. E ogni nome del passato apre uno squarcio sul presente. Fanno il botto Banca Etruria e Banca Marche, qualcuno specula sulle popolari? “La bancomania invase l’italia dal 70 al 75 – arricchendo tanti birbanti, e mettendo sul lastrico tanti sciocchi”.  Viene arrestato il direttore della biblioteca dei Girolamini, quel Massimo Marino De Caro che a Napoli vendeva gli antichi volumi ch’era chiamato a proteggere? “Fino a questi ultimi anni, le biblioteche italiane patirono un quotidiano saccheggio. Altro che Unni e Maometto! A Milano esisteva un librajo-antiquario (credo si chiamasse Vergani) il quale si assumeva di procurare, a chi lo pagasse, qualunque libro raro purché esistesse a Brera”. C’è persino il Bunga Bunga del primo sovrano d’Italia: “Nelle sue gite di caccia a Valsavaranche era seguito da un harem di donne – Amava sopra tutte la Rosina Vercellana (poi contessa di Mirafiori) e ai figli di lei diceva: ‘Umberto e Amedeo sono i figli della nazione; voi i miei’”. E le lauree del Trota ai tempi non si prendevano in Albania: “A Napoli, tanta è la venalità, che chi vuol essere laurato in leggi, in medicina, in matematiche, e non l’avrebbe potuto per crassa ignoranza, vi si reca e da’ 200 lire al bidello. Il quale, tenendosene 100 per sé, passa le altre cento a un quidam che fea il mestiere dell’esaminando”. Ed era l’Italia appena fatta, quella di Carlo Dossi. Eh.

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