Tranquillo prof, la richiamo io

Christian Raimo
Einaudi, 275 pp., 16 euro
Tranquillo prof, la richiamo io

E’ una delle grandi intuizioni di Dostoevskij che si possa amare l’umanità e odiare gli uomini. Che si possa bruciare d’un sacro zelo che è solo uno schermo per mascherare una radicale carenza di ascolto reale. Ed è dai tempi degli Egizi che ci lamentiamo delle nuove generazioni. Il libro di Christian Raimo è un ritratto perfidamente divertente che ribalta lo stereotipo salvifico dell’insegnante amico, quello innamorato dell’“Attimo fuggente”, che combatte eroicamente su due fronti: la gelida burocrazia scolastica e l’apatia adolescenziale, col suo presunto grido silenzioso. “Alle volte l’unico albero a cui possiamo aggrapparci forte, per non essere spazzati via dalle incredibili trasformazioni che ci circondano, è il rapporto con i  ragazzi. Loro, i ragazzi, sono ‘il mio albero’”. Siamo proprio sicuriche dietro questo mare di buone intenzioni non si celi un desolante fondo di arrivismo, piccineria, ignoranza, e banale, effettiva immaturità?  Ecco quindi il prof. autosoprannominatosi “Radar” che inizia il primo giorno accucciandosi sotto il banco per insegnare una prospettiva diversa, che propone un Patto educativo e fa “delle fotocopie dove troverete la mia mail privata, il mio cellulare, il mio contatto su WhatsApp e quello su Instagram”. Che alla domanda sulle “misure compensative per i ragazzi dislessici” risponde: “Sai qual è la mia misura compensativa? La meraviglia!”. E in effetti, a ricevere chiamate nel cuore della notte per farsi valutare o accennare a misteriose malattie come quelle del padre ne “La strada”, il bestseller di Cormac McCarthy, a vedersi tempestati di “ciao, ragazzo ferito” sul cellulare da chi si firma “il tuo prof (che c’è)”, a essere obbligati a spalancare le finestre mentre piove per capire il Risorgimento (“una lezione che ho improvvisato lì per lì, mentre il vento è come se mi rischiarasse le idee”), i ragazzi forse si stupiscono, certo. Come a essere obbligati a seminare fagioli, mentre le lezioni vengono sempre rimandate, e la maturità incombe. Che ciò costituisca un bene è tutta un’altra faccenda. Ovviamente, il prof. Radar è modernissimo quanto a vedute – “per me tutte le razze sono uguali, così i generi… maschili, femminili, omosessuali… Pensa che anni fa sono stato il primo a fare una lezione sull’omosessualità di Hegel e di Garibaldi. Forse avevano una relazione insieme, avevo trovato questa notizia su un sito di studenti… e mi era sembrata interessante, no?” e attento agli stati relazionali dei suoi ragazzi su Facebook – “E ora che non ti devo più chiamare ragazzo ferito, come ti posso chiamare? Ragazzo cicatrizzato?”. Ovviamente ha un blog nel quale riversa fiumi di amore mal corrisposto per i giovani (e veleno per i colleghi) e scrive poesie: “Ricreazione psiche/Età giolittiana du-dum/Ti capto, studente, spero che tu capti me”. Con una divertente capacità di ricreare le mail collettive o i messaggi su WhatsApp, e soprattutto con una serie di telefonate sempre più invadenti, sempre più imbarazzanti, Raimo ci fa percorrere un anno scolastico dove tutto conta meno il lavoro quotidiano, quella fatica per la precisione, per il servizio concreto, che non si ammanta di retorica e che è il vero volto dell’educazione. E’, per contrasto, non solo una gustosissima satira, ma un elogio di tutto ciò che conta per davvero. Di chi magari fa scoprire ai ragazzi le conferenze Ted, o impostare una raccolta dati progressiva, a differenza di chi, pur di raggiungere a forza gli studenti in gita di classe per suonare con la chitarra, non si fa scrupolo di saccheggiare i fondi adozione: “Quando c’è un’urgenza i bambini africani possono aspettare”.

 

TRANQUILLO PROF, LA RICHIAMO IO
Christian Raimo
Einaudi, 275 pp., 16 euro

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