Fine missione

Phil Klay
Einaudi, 247 pp., 19 euro
Fine missione

Il titolo originale è “Redeployment”, riassegnazione, e rende meglio l’idea che unisce tutte le storie raccontate con struggente realismo da questo giovane scrittore americano, al suo primo libro, che ha servito il corpo dei marine in Iraq dal 2007 al 2008. Chi parte per la guerra non finisce mai la sua missione, anche se non la capisce, se lo fa soffrire, se lo mette a dura prova. Klay racconta dodici storie di uomini impegnati in vari modi nella lunga guerra nell’Iraq pre-Isis, e lo fa senza ideologie guerrafondaie né pacifiste. Certamente emerge il giudizio negativo sulla decisione dell’Amministrazione di allargare il fronte afghano a quello iracheno, ma è subito superato da un’urgenza più stringente: adesso che siamo qua, come dobbiamo stare di fronte a tanto orrore, tanta insensatezza, tanta violenza? C’è il reduce appena tornato a casa che fatica ad abbracciare la moglie dopo sette mesi lontani, il soldato che si prende il “merito” dell’uccisione di un bambino armato durante una sparatoria anche se ad averlo ammazzato è stato un suo compagno (e ne paga le conseguenze psicologiche), c’è il funzionario che vorrebbe costruire qualcosa con la popolazione locale ma si trova a combattere contro la burocrazia e la propaganda, c’è il ragazzo che ha voglia di fare sesso, e durante un permesso segue un compagno più esperto di lui in un bordello malinconico; c’è l’artigliere che assieme alla sua squadra ha eliminato un gruppo di insorti con un lancio di munizioni a grappolo da dieci chilometri di distanza e continua a chiedersi se qualcuno ha pensato di recuperare i corpi martoriati. Ci sono quelli che si suicidano una volta tornati in America, quelli che non dormono più pensando alla morte di un amico, o alla ragazza lasciata prima di partire che nel frattempo si è fatta un’altra vita; c’è il convinto sostenitore della guerra, di origine egiziana, orgoglio del padre, che discute con una compagna di corso convertitasi all’islam delle ragioni di un conflitto troppo grande e complicato. Ci sono eroi quotidiani che danno la vita per un ideale che magari neppure afferrano, o per un compagno che ha sbagliato qualcosa in missione. E c’è il prete cattolico che prova a trasmettere un senso a quei ragazzi che lo guardano male, ma che vanno da lui a parlare quando un senso in quello che fanno non lo trovano più. Ogni pagina è piena di esplosioni improvvise, cecchini nascosti, budella sparse per terra, anonimi nemici “hajji” da uccidere, ufficiali responsabili crudeli, marine capaci di impensabili gesti gratuiti. C’è il corpo senza vita di un insorto che un soldato osserva spegnersi e raffreddarsi attraverso speciali occhiali notturni che rilevano il calore delle cose.

 

I racconti corrono veloci tra le mani del lettore, e hanno la capacità – propria solo dei libri migliori – di far ridere e piangere nello stesso tempo. Klay fa immergere anche nel linguaggio cameratesco, spiccio, fatto di abbreviazioni e acronimi (a fine volume c’è un breve glossario utile per non perdersi tra i vari AO, IED, OP, OIF e VBIED). La New York Times Book Review ha scritto che “tra le mani di Klay l’Iraq diventa un laboratorio dell’umano in condizioni estreme”. Un umano profondo, vero, drammatico e intenso, raccontato senza censure o pregiudizi. A tratti cinico, ma non disperato. Si intuisce in ogni racconto un punto di fuga, una possibilità di senso, oseremmo dire di salvezza. “Venti secoli di cristianesimo – dice il prete alla fine del racconto più bello, “Preghiera nella fornace”, al reduce che ha visto morire tutti i compagni in azione o suicidi una volta tornati, e che chiede senza dirlo un perdono che neppure lui sa – Penseresti che abbiamo imparato. In questo mondo, Lui ci promette soltanto che non soffriremo da soli”.      


FINE MISSIONE
Phil Klay
Einaudi, 247 pp., 19 euro

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