Sender Prager

Israel Joshua Singer
Adelphi, 74 pp., 8 euro
Sender Prager

Piangevano tutte, tra i vapori dei calderoni e il puzzo della verza messa a bollire, quella mattina. Piangevano per Sender Prager, il capo del ristorante di Varsavia per il quale lavoravano. Quel giorno si sarebbe sposato, dopo quarantaquattro anni vissuti come ambitissimo scapolo. Ogni cameriera – ma solo quelle ebree – era convinta in cuor suo che sarebbe stata lei la prescelta per diventare la signora Prager. Eppure, dovevano evitare di farsi troppe illusioni: dopotutto, Sender aveva giaciuto con ognuna di loro, nello studiolo che veniva chiamato così solo per il decoro. “In luogo dello scrittoio e dei libri che ci si aspetterebbe di trovare in un ufficio, conteneva solo un sofà (…) sopra il quale era appesa una litografia raffigurante una bellezza esageratamente bionda, nuda come l’aveva fatta la mamma. C’era anche qualche bottiglia di cognac, e dei bicchierini sempre pronti, poiché non era per scrivere né per fare i conti che Sender si serviva di quella stanza”. Piangevano, le sue cameriere, nonostante quell’uomo non fosse il prototipo dell’adone, e l’autore lo fa capire fin dalle prime battute, quando indugia sulla descrizione fisica di Prager, al punto da paragonarlo al cane Briton, il bulldog messo a guardia del ristorante: “Il suo collo grasso e corto costellato di punti neri”, “tarchiato e labbra carnose”. Il rabbino di Yartchev, una sorta di suo confidente,  lo aveva messo in guardia da tempo, prospettandogli le fiamme della Geenna se non avesse preso moglie.

 

Lui tentennava,  non prestava il fianco alle dicerie dei bigotti del quartiere: “Perché  mai dovrei prendere una moglie per gli altri, dal momento che posso prendere le mogli degli altri per me?”. Fino a quando, una notte, si alzò di soprassalto con qualche dolorino. Pensò a quanti anni avesse, si guardò attorno nel suo appartamento da scapolo e non vide nessuno; temette di morire in solitudine. Si decise a compiere il grande passo. La moglie gliela trovò il rabbino suo amico, uomo così basso che “quando sedeva in poltrona i suoi piedi non toccavano il suolo”. In meno d’un mese – deciso a sfruttare fino in fondo quella possibilità di redenzione – Sender prepara tutto, minuziosamente e con grande sforzo economico. Pensa a ogni cosa, perfino ai tappeti rosa per la camera da letto della nuova casa, l’unica con la porta verniciata di fresco tra le attigue fatiscenti. La ragazza ha due grandi occhi neri, e Singer non si dilunga troppo nel ritrarla. La madre di lei, una vedova piagnucolosa e non troppo convinta di affidare la figlia a quel quarantaquattrenne che non aveva di certo le stimmate del santo, non lascia un’impressione idilliaca nel promesso sposo. Lui, cosciente di aver dinanzi una famiglia di rango superiore, non invita alle nozze i suoi amici, ubriaconi dediti a passare il tempo libero tra bicchieri di Schnaps. Se ne pentirà. Subito a disagio tra tutti “quei caffetani di satin” con cui erano bardati i parenti della futura moglie, dovrà sorbirsi il disprezzo dello zio di lei, che passerà il tempo delle nozze a sottoporre il rabbino di Yartchev a domande inquisitorie sulla Torah. Ma sarà proprio l’amico rabbino a pagare per primo l’ira di Sender, non appena scoprirà che la giovane moglie era tutto tranne che pura e virtuosa, come gli era stato garantito. E’ la svolta. Il percorso di redenzione è terminato, la moglie non sarà più neppure guardata, lui tornerà ai bagordi di prima, finendo col trascurarsi pure nel vestire. Si darà all’alcol, senza più trattenersi, con gli occhi che prima infatuavano le donne dell’isolato ora ridotti a essere un groviglio di capillari scoppiati. La mano di Israel Joshua Singer si vede tutta, in questo breve romanzo pubblicato per la prima volta a puntate nel 1937 che registra il disincanto per un mondo – costruito su apparenze sociali e rituali considerate da secoli immutabili – ormai al tramonto.

 

SENDER PRAGER
Israel Joshua Singer
Adelphi, 74 pp., 8 euro

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