La notte di Lisbona

Erich Maria Remarque
Neri Pozza, 269 pp., 15 euro

26 Maggio 2015 alle 13:00

La notte di Lisbona

Erich Maria Remarque è uno dei più grandi misteri della letteratura contemporanea. Nelle librerie, eccezion fatta per la sua opera magna, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di lui non si trova nulla. In Rete, nei meandri dell’online, non è che la ricerca sia più appagante: libri fuori commercio o non disponibili, neppure nei depositi. Nulla, come se Remarque fosse caduto nell’oblio. Ignote e inspiegabili sono le ragioni. Una medaglia simbolica al valore civile merita dunque Neri Pozza, che ha rimandato in stampa “La notte di Lisbona”, scritto nel 1962 ma ambientato nel buio della Seconda guerra mondiale, con le frontiere chiuse, la Germania ricoperta dalle croci uncinate divenuta una trappola pressoché mortale. Lì, nella patria del Führer ancora acclamato nelle strade e nei caffé di Monaco, i più inquieti si ritrovavano, al crepuscolo, nelle chiese illuminate da decine di candele, a pregare Dio perché scongiurasse quel che ormai pareva imminente e inevitabile: la tragedia più grande. Centro di tutto è la placida Lisbona, con i suoi locali notturni dove si mangiano ottimi gamberetti e da cui si gode una vista impagabile dell’oceano e night dalle frequentazioni ambigue e pericolose. Due sconosciuti si incontrano al porto, davanti a un bastimento pronto per salpare alla volta della libertà, cioè degli Stati Uniti. Uno dei due, però, non ha il biglietto. Non ha i trecento dollari necessari per la traversata e, anche se li avesse, di posti liberi non ce ne sono più. Guarda la nave ancorata come fosse un miraggio, convinto ormai che ogni possibilità si scampare al destino ingrato sia sfumata. L’altro, lo sconosciuto, gli offre due biglietti, i suoi. Glieli dà gratis, a una sola condizione: che per tutta la notte l’altro stia ad ascoltare la sua storia, incredibile e perfettamente inscritta nel caos degli anni Trenta-Quaranta del Novecento.

 

Il racconto è quello di una fuga continua: da Parigi, dalla Svizzera, dall’Austria, dalla Spagna. Una fuga per tornare e ritrovare il proprio passato, la propria moglie abbandonata frettolosamente anni prima e della quale non aveva più avuto notizie certe, colpa anche dei famigliari che ben poco lo tolleravano ed erano pronti a denunciarlo alle autorità del Reich. Quando le si apposta davanti, in chiesa, lei quasi non batte ciglio, come se quella reunion improvvisa fosse pura routine: “Helen, tu non solo sei eccitante, ma anche ridicola, che viene a essere una combinazione straordinariamente rara e deliziosa”. Il romanzo è un lungo flashback, che alla malinconia del racconto del disilluso fuggiasco fa corrispondere, alla fine, la speranza per due vite che potranno vivere felici lontani dall’orrore dell’Europa. La matrice antimilitarista, dopotutto, è la stessa di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, benché più sfumata.

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