Perché la Consulta va riformata. Parla un ex giudice, Cassese

Non c'è soltanto la decisione controversa sulle pensioni che ha costretto il governo a intervenire. Poteri decisivi, vecchi riti e costi fuori controllo di un vitale organo costituzionale italiano.
Perché la Consulta va riformata. Parla un ex giudice, Cassese

Sabino Cassese
Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale
Il Mulino, 319 pp., 22 euro

 

Sabino Cassese è un luminare del diritto pubblico italiano e globale. Le centinaia di pubblicazioni spaziano dalla storia dello Stato ai diritti umani, dalla costituzione economica al diritto amministrativo globale. Nominato alla Consulta nel 2005 dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, dopo aver passato i nove anni previsti dalla Costituzione come giudice della Corte Costituzionale Cassese ha pubblicato il proprio diario “Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale” (Il Mulino, 2015) in cui accompagna il lettore all’interno della vita di un organo costituzionale poco conosciuto, soprattutto nei suoi meccanismi di funzionamento, dai cittadini italiani, ma capace d’incidere in modo sostanziale nella loro vita, come dimostra in queste ore il dibattito sulle pensioni.

 

L’intento di Cassese non è solo quello di redigere la memoria storica di un giudice costituzionale, ma di passare in rassegna cambiamenti, organizzazione, decisioni, debolezze della Consulta. Ne emerge un ritratto acuto della vita della Corte che si fonde con gli spunti riformatori che il professore consegna al lettore. Cassese mostra il proprio scetticismo per alcuni riti della Consulta come quello dell’udienza pubblica davanti ai giudici costituzionali: “Le udienze pubbliche, con quel rituale parruccone e inutile, sembrano un presepe. Il rispetto della tradizione vuol dire necessariamente rimanere ingessati nei riti?”. Così come verso le eccessive dichiarazioni d’inammissibilità sulle questioni di costituzionalità sollevate: “E’ sempre più facile dichiarare una questione inammissibile: comporta minor lavoro e minori responsabilità”. Cassese si scaglia contro lo spoils system all’italiana e la continua stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione assunti senza concorso: “Sono due cancri della Pubblica amministrazione. Consentono ambedue di ‘usare’ gli uffici per sistemare propri fedeli, parenti, amici, clienti. La Corte interviene spesso, con maggiore rigore che in passato. Ma è come vuotare l’acqua dell’oceano con un cucchiaio”, perché “sono tutti abusi contrari alla disposizione costituzionale per cui si accede ai posti pubblici mediante concorso pubblico e così pure mediante concorso si è promossi. Su ricorso dello stato, si cerca anche di valorizzare, oltre all’articolo 97, pure l’articolo 81 della Costituzione, perché questi interventi di patronato politico sono tutti senza effettiva copertura finanziaria”.

 

E ancora Cassese nota l’eccesso di spese della Corte Costituzionale: “Il fatto di godere di autonomia costituzionale non vuol dire che, nell’ambito di un suo esercizio responsabile, la Corte non debba tenere conto della difficilissima situazione economica e tagliare privilegi o benefici. Tanto più che la situazione non è sostenibile (entrate per 52 milioni, spese per 60)”. Il professore critica, inoltre, gli interessi costituiti degli assistenti dei giudici alla Consulta: “Ex assistenti, che dopo circa trent’anni di lavoro alla Corte, a tempo pieno e a tempo definito, vogliono ottenere un incarico presso la Corte. Attirano tante cose: un ambiente ritenuto di prestigio, la possibilità di fare due mezzi lavori per due stipendi pieni (l’indennità alla Corte sfiora i 40.000 euro annui, che si sommano allo stipendio di magistrato), mi dicono gli uffici anche la possibilità di avere un ufficio in centro di sfruttare la macchina per le fotocopie. Prova di un’amministrazione disattenta e facilona”. Cassese compara i costi tra Corte italiana e Tedesca “la comparazione, al netto della spesa per pensioni, fa emergere un maggior costo della Corte italiani di 15 milioni. Si tratta di un costo imputabile alla quantità di personale assunto nel tempo, quasi tutto senza concorso”. Il giudizio del professore sugli effetti della riforma del titolo V della Costituzione varata nel 2001 rispetto al lavoro della Corte è negativo: “La Corte continua ad essere impegnata da questioni portate in via principale dal governo contro regioni e da regioni contro il governo. Si tratta di un lavoro modesto, di determinazione dei confini, che nasce dall’infelice formulazione della modifica costituzionale del 2001 e svilisce la funzione della Corte” e che tra giudici “ci confessiamo spesso sottovoce con i miei vicini di banco che le regioni andrebbero soppresse” perché qui si annidano “clientelismo, faciloneria, mani bucate, disprezzo per la cosa pubblica”. Cassese commenta così la sentenza della Corte che ha cassato il Porcellum: “Si arriva alla decisione sulla legge Calderoli. Colpiti premio di maggioranza e liste bloccate. Ma non passa la proposta di dichiarare illegittima, utilizzando lo strumento della illegittimità consequenziale, l’intera legge, con l’effetto, (…) di far rivivere la legge abrogata, quella Mattarella. Insomma, la Corte non ha avuto coraggio e si è fermata a metà”.

 

Non mancano le proposte di riforma come quelle per evitare che siano eletti come Presidenti della Corte Costituzionale coloro che sono quasi alla fine del mandato per essere pensionati con il titolo di “Presidente emerito” con il risultato di avere presidenti che durano solo pochi mesi e cambiano in continuazione. Infatti, scrive Cassese, “la Costituzione andrebbe modificata disponendo che non può essere eletto un giudice che abbia almeno tre anni di mandato e che chi abbia ricoperto le funzioni di presidente non può ricoprire alcuna altra carica o svolgere alcuna altra funzione pubblica nei tre anni successivi al suo mandato di giudice” e l’introduzione dell’opinione dissenziente che permetterebbe, come nel sistema americano, di conoscere le motivazioni dei giudici contrari ad una decisione presa a maggioranza dalla Corte rendendo il processo decisionale più aperto, democratico e trasparente.

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