La differenza tra volere la pace e voler essere lasciati in pace

Le lettere del 9 aprile 2022. Chi ha scritto al direttore

Al direttore - Vietnam, villaggio di My Lai, 16 marzo 1968: una compagnia di fucilieri americani uccide alcune centinaia di civili inermi, soprattutto anziani, donne e bambini. I soldati si abbandonarono anche alla tortura e allo stupro degli abitanti. Il comandante della compagnia, il tenente William Calley, fu condannato nel 1971 ai lavori forzati a vita (pena commutata dal presidente Nixon nella detenzione in un carcere federale). Il massacro di My Lai indignò l’opinione pubblica degli Stati Uniti, che reagì con imponenti manifestazioni di massa per il ritiro delle sue truppe dai territori occupati. La differenza tra una democrazia e una dittatura sta qui. Anche la prima può macchiarsi di crimini orrendi, ma ha gli anticorpi – a partire da una libera informazione – per contrastare il virus della violenza e dell’infamia. Ma c’è anche una differenza tra ieri e oggi. Ieri i pacifisti si battevano contro l’imperialismo americano, e chiedevano come condizione della fine della guerra la resa degli aggressori. Oggi i pacifisti non si battono, o si battono molto tiepidamente, contro l’imperialismo russo, e chiedono come condizione della fine della guerra la resa degli aggrediti. Come ha scritto Paolo Flores d’Arcais, fuori dai denti: il pacifismo è mosso in primo luogo da amore per la pace, oppure da odio per l’occidente?
Michele Magno


    

Al direttore - Destituita di fondamento, come dimostra il Foglio, la tesi secondo la quale gli Stati Uniti spingerebbero per la continuazione della guerra con la prosecuzione della reazione, da parte dell’Ucraina, all’aggressione scatenata dalla Russia perché in questo modo penserebbero di poter vendere il gas naturale liquido all’Europa, resta, tuttavia, e si aggrava il problema della consequenzialità e proporzionalità tra i massacri  di massa che si continuano a osservare di persone inermi, donne, bambini, anziani, e il ruolo di una larghissima parte dell’occidente, nonché le misure finora adottate.  Agli orrori che  progressivamente si scoprono, di pari passo con l’abbandono da parte dei russi di diverse località ucraine prima occupate, seguono, pressoché quotidianamente nei mass media e  nelle dichiarazioni di esponenti politici, in Italia e all’estero, la manifestazione di raccapriccio e la dura stigmatizzazione della condotta dell’invasore. Poi, anche a livello europeo, subentrano i dissensi sulle conseguenti proposte di  reazioni concrete, quindi una mediazione al ribasso, nei contenuti e nei tempi. In definitiva, manca l’unitarietà delle strategie e manca la “single voice”, per cui non si concorre alla difesa ucraina con azioni forti – a cominciare dall’embargo anche del gas – ma neppure si imbocca la strada  che alcune posizioni, benché sicuramente minoritarie,  tuttavia sostengono: quella, cioè, della fine del conflitto, anche se ciò comporti una sorta di resa del paese invaso. Insomma, non si fa né l’una cosa, né l’altra, quest’ultima essendo, tuttavia, una tesi certamente singolare che presume di imporsi anche  alla volontà del popolo aggredito. Ma si può rimanere in mezzo al guado quando è in ballo, innanzitutto, la vita di un ingente numero di persone? Puntando, a distanza come se si giocasse alla roulette, sull’affermazione dell’esercito ucraino e dimenticando i costi umani che ciò richiede? Con i più cordiali saluti. 
Angelo De Mattia

   

Chi pensa che l’esercito ucraino debba fermarsi lo fa non perché vuole la pace – basta sangue – ma lo fa perché chiede di essere lasciato in pace, concetto molto  diverso, e perché in definitiva considera un’affermazione militare di un macellaio di nome Putin come un piccolo prezzo tutto sommato accettabile per difendere il proprio benessere. “Questa guerra – ha scritto ieri il Wall Street Journal, invitando giustamente i paesi europei a smetterla di finanziare la guerra di Putin acquistando ogni giorno il suo gas – potrebbe essere lunga e la determinazione dell’occidente dovrà corrispondere alla brutalità di Putin”. Ritirarsi anche no, grazie.