Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Lettere

Dieci anni dopo la destra giusta per l'Italia è ancora quella del Cav.

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 13 novembre 2021

Al direttore - Ho letto il giusto appello pubblicato dal Foglio sulle vaccinazioni, con l’invito rivolto a tutti i leader di partito a convincere ogni cittadino a vaccinarsi, e il fatto che l’unico leader a destra ad aver raccolto senza distinguo e senza esitazioni l’appello sia stato Silvio Berlusconi mi fa essere insieme felice e triste.
Luca Marroni

A proposito del Cav. Piccolo dettaglio. Piccolo anniversario. Forse nemmeno piccolo. Dieci anni fa esatti, il 12 novembre del 2011, la macchina di Silvio Berlusconi lasciava tra i fischi Palazzo Grazioli, si infilava in via del Plebiscito e arrivava al Quirinale. Sono passati dieci anni esatti dall’ultimo giorno da presidente del Consiglio di Silvio Berlusconi. E dieci anni dopo siamo qui: a godere per la marcia trionfale del Cav. verso il Quirinale. Marcia che non ci sarà, ovviamente, ma il solo fatto di poterla immaginare è un godimento niente male per tutti coloro che negli anni hanno sostenuto quello che vale ancora oggi: la destra giusta per l’Italia è quella del Cav. E il fatto che dieci anni dopo sia ancora così è insieme un elemento che suscita godimento (per la storia di Berlusconi) e smarrimento (per la storia dei suoi possibili eredi). Felici e tristi.

 

Al direttore - L’età media degli italiani deceduti e positivi al coronavirus è di 80 anni (rapporto dell’Istituto superiore di sanità aggiornato al 5 ottobre 2021). Mi sono chiesto cosa può aver pensato Beppe Grillo quando ha letto questo dato. Esattamente due anni fa, infatti, proponeva sul suo blog di privare gli anziani del diritto di voto perché incuranti – per ragioni anagrafiche – del futuro politico, economico e sociale del paese. Allora fu considerata come la boutade di un comico in vena di gag. Solo Giorgia Meloni e pochi altri lo presero sul serio, accusandolo di attentato alla Costituzione e di mettere in discussione il principio del suffragio universale. Ebbene, confesso che fui tra coloro che non trovarono l’idea sconveniente. Ultrasettantacinquenne di lungo corso, dando un’occhiata alla mia pensione mi accorsi che ne avrei tratto un discreto giovamento. Perché l’Elevato, se mi voleva togliere il diritto di voto, mi doveva esentare anche dal dovere di pagare le tasse. Infatti, “no taxation without representation”. Mi si potrà obiettare che il vecchio slogan dei coloni americani, cardine degli stati liberali, da noi è largamente eluso in virtù di un’evasione fiscale di massa; ed è stato addirittura capovolto da una legge che permetteva agli italiani residenti all’estero, ma non  contribuenti del nostro erario, di eleggere diciotto parlamentari. Vero. Tuttavia, messa da parte ogni facile ironia, fateci caso: in ogni fantasiosa provocazione del cofondatore del movimento pentastellato si manifesta puntualmente una congenita inclinazione per quella che si potrebbe chiamare una democrazia dispotica. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
Michele Magno

 

Al direttore - La sentenza del Consiglio di stato sulle concessioni balneari, con la fissazione della cessazione di quelle in corso nel 2023 e l’indizione di gare per l’assegnazione di nuove concessioni, fa discutere. Che si debba instaurare un regime di concorrenza nel settore, più volte progettato e negli anni sempre rinviato, è chiaro. Tuttavia, in questo  caso si pone anche il problema, finora da nessuno sottolineato, del rapporto tra il potere legislativo e quello giudiziario, nonché tra la  sovranità interna e quella europea. Non è che di per sé la sentenza obbligherebbe, oltre al governo, anche il Parlamento a uniformarsi; né potrebbe essere uno scudo per lo stesso governo, il quale si potrebbe  sentire costretto a proporre la modifica legislativa. È, invece, il riferimento alla direttiva Bolkestein che rappresenta un vincolo, le norme di fonte interna essendo, all’opposto, derogabili da una eventuale legge successiva nel tempo. Per la direttiva, il cui rispetto è stato finora   ripetutamente  rinviato, anche se non fosse stata citata per assurdo dal Consiglio  di stato, se ne   sarebbe ugualmente confermato l’obbligo dell’attuazione. Allora, tutto si sposta sulla volontà politica, non avendo intenzione il governo, a quanto pare, di negoziare con Bruxelles ulteriori proroghe. Conclusione: parafrasando  Einaudi, sta nel governo, esclusivamente in esso, la responsabilità  di promuovere  la suddetta attuazione. Ciò  perché siano chiari poteri e responsabilità.
Angelo De Mattia

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