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Liberarsi del complottismo sul caso Moro. Ci scrive Tremonti sul redditometro

Le lettere del 18 giugno al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Ho letto l’editoriale pubblicato ieri sul suo giornale sotto il titolo: “La verità, vi prego, sulle tasse”. Qui è scritto tra l’altro quanto segue: “… il redditometro riporta alla memoria l’invenzione di Giulio Tremonti nel 2011, quando l’ex ministro verificò l’esistenza di troppi suv in relazione agli imponibili, decidendo di correlare i consumi alla denuncia dei redditi”. La verità, appunto: a) il “redditometro” è strumento in essere dal 1983. La sua “storia”, origini e sviluppi, è appena stata fatta e con assoluta precisione dal prof. Francesco Forte (il Giornale, 13 giugno 2021); b) dal 1983 lo strumento è stato poi fatto oggetto di successive e progressive revisioni e aggiornamenti. Ad esempio: un conto era il tenore di vita degli anni 80, un conto la sua evoluzione negli anni successivi; c) per quanto mi riguarda la revisione operata nell’ottobre del 2011, revisione operata sotto la spinta austera della lettera Bce-Bankitalia del 5 agosto, correggeva comunque la meccanica del redditometro con l’introduzione dell’istituto del contraddittorio obbligatorio preventivo, a tutela delle ragioni del contribuente; d) se lo strumento fosse stato abnorme, nel successivo decennio avrebbe ben potuto essere fatto oggetto di revisione o soppressione. Così non è stato; e) la specifica applicazione del redditometro ai suv è stata oggetto di una clamorosa (e discutibile) iniziativa operata dal governo Monti; f) venendo ad oggi vedo diffuso il rischio che il redditometro diventi uno strumento basato sulla fideistica applicazione di una nuova religione fiscale: la religione dell’algoritmo.
Con la più viva cordialità, Suo

Giulio Tremonti

 

L’invenzione a cui facciamo riferimento, caro professore, è ovviamente il redditometro che lei ha reinventato, aggiornandolo come lei stesso ci ha ricordato. Quanto al resto la ringraziamo per la sua preziosa opinione, che su questo punto coincide esattamente con quanto abbiamo scritto ieri: più che ragionare su un nuovo redditometro, vade retro, forse sarebbe il caso di ragionare, come chiede Draghi, su una nuova riforma fiscale. 



 
Al direttore - Adriano Sofri su queste colonne è tornato a riflettere sulla definizione che Sciascia ha consegnato alla storia, quella di un Moro come politico originale e diverso, il “meno implicato di tutti” nel sistema di potere italiano. Definizione invero dal sapore polemico, un atto d’accusa ancora più sofisticato e pesante nei riguardi della Dc. L’analisi parte da lontano e muove lungo un sentiero facile e impervio al tempo stesso, per avvicinare il Moro giovane – non ancora democristiano – al Moro prigioniero delle Br – ormai non più democristiano. Un punto della questione è il Moro della prigione del popolo. Egli sarebbe morto nel momento in cui i suoi lo hanno disconosciuto, un po’ come descritto ne “Le metamorfosi” di Kafka. S’ignora dunque il tormento di quanti sostennero all’epoca la non corrispondenza del Moro prigioniero con il Moro reale. Il sospetto grava in particolare sugli amici dello statista pugliese: sarebbero stati loro, quindi a fortiori i democristiani tutti, ad averne provocato la morte civile. E torna “L’affaire Moro” di Sciascia, con quell’immagine potente che fissa i lineamenti dell’uomo come vittima di trame domestiche inconfessate, non lontane da Piazza del Gesù.  Ma è vero? Non ne sono convinto. Tuttavia, anche se fosse vero bisognerebbe spiegare perché le Br si siano decise a uccidere un uomo che era già morto, non solo per il Pci quanto per la stessa Dc. Il grande mistero sull’atto finale delle Br sta qui, almeno sul piano di un ragionamento politico che voglia liberarsi, come Sofri potrebbe invitarci a fare, dall’incubo del complottismo insensato e malevolo.

Lucio D’Ubaldo

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