La “zona grigia” fra storia e memoria. Sulle restrizioni per il coprifuoco guardate cosa fa la Francia

Le lettere del 30 aprile al direttore Claudio Cerasa 

    Al direttore - Caro Sofri, hai ragione su un punto: i delitti degli Anni di piombo appartengono a una temperie da lungo tempo conclusa. Questo vale per tutte le grandi violenze del secolo scorso: per le stragi neofasciste, che non si comprendono fuori della Guerra fredda; come per i crimini nazisti e repubblichini, e per le foibe e le vendette partigiane. Sono stati crimini politici e di guerra, commessi in quel particolare contesto. E ogni colpevole, una volta tornato alle proprie famiglie, si è trasformato in un’altra persona. Ma hai torto nel valutare il significato storico della condanna giudiziaria di quei protagonisti, e la necessità di portarla a compimento. La principale violenza che essi hanno commesso non è verso le vittime. Hanno imposto un’allucinazione al mondo, hanno violentato il clima politico, la coscienza civile, la vita di un popolo. Eseguire le condanne giudiziarie significa dire che quelle vicende, per lasciarsele alle spalle, devono concludersi “secondo giustizia”. E’ questa la ragione che per decenni dopo la fine della guerra ha portato a ricercare i criminali nazisti che nel frattempo si erano ricostruiti una vita. Persone pacifiche, nonni premurosi. “E ora che ve ne fate?”, chiedi citando Togliatti. Chiudiamo quella vicenda “secondo giustizia”, ti sembra poco? E, cosa più importante, tenendo conto del tempo trascorso e dei cambiamenti intervenuti, perché questo è il carattere della “giustizia borghese”: un ordinamento, con tutte le sue difficoltà, non meramente punitivo, orientato a reinserire, rispettoso dei diritti. Che la galera (per quanto possibile e in ragione delle condizioni personali) sia loro risparmiata e che Pietrostefani riceva ogni cura, come merita ogni essere umano.

    Enea Dallaglio 


     

    Al direttore - Di questa dolorosa vicenda mi colpiscono le parole di Adriano Sofri – “Bravi! E adesso che ve ne fate?” – rivolte ai responsabili dell’operazione che ha portato all’arresto di sette persone responsabili di reati di sangue. Mi è parsa una frase triste e violenta. Che non ha nulla a che spartire con l’esclamazione con cui Togliatti fulminò Pajetta che aveva occupato la prefettura di Milano in vista della rivoluzione. Le parole che ho avvertito consapevoli del dramma sono quelle di  Mario Calabresi: “E’ stato ristabilito un principio fondamentale: non devono esistere zone franche per chi ha ucciso… ma non riesco a provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo”. Da non smarrire anche la frase di Gemma Calabresi: “Io ho fatto il mio cammino e li ho perdonati e sono in pace. Adesso sarebbe il loro turno”.  E’ evidente che le forme di espiazione della pena dovranno tenere conto dei 40 anni trascorsi, dei mutamenti intervenuti nella vita delle persone arrestate e delle loro condizioni di salute. Non mi pare possibile che Pietrostefani e Petrella possano entrare in carcere. 
    Umberto Ranieri

    Sui 40 anni trascorsi vale quello che ha detto ieri Sabino Cassese al nostro giornale, conversando con Maurizio Crippa: “Deve esistere un punto a partire dal quale la memoria deve essere messa a distanza, storicizzata. Altrimenti si cade nel disastro che la cancel culture sta creando non solo negli Stati Uniti. Anche per questi fatti legati al terrorismo degli anni Settanta a un certo punto si porrà questa problematica, ma è molto difficile dire quando debba iniziare questa ‘zona grigia’ della storia, in cui non tutto è più bianco o nero”. 



    Al direttore - Le sarei grato se il Foglio intervenisse con la consueta originalità e acutezza, senza pregiudizi, sulla crisi delle Rsa. Il dibattito fino a ora è stato viziato da visioni ideologiche, che non proteggono gli anziani fragili. E’ necessario riportare una lettura serena della realtà, ma soprattutto evitare che le continue denigrazioni causino frustrazione e disamore tra il personale delle Rsa, che in questi mesi ha lavorato con grande generosità e professionalità. Sarebbe delittuoso se per difendere la vecchia ideologia della deistituzionalizzazione gli anziani fossero curati con minore dedizione da parte di chi si sente accusato perché ha risolto un problema che la nostra civiltà non ha saputo affrontare in altro modo.
    Grazie.


    Marco Trabucchi, Associazione Italiana di Psicogeriatria


     

    Al direttore - Ho letto l’intervista di Carmelo Caruso a Claudio Durigon, dimagrito  dopo la dieta. Il sottosegretario (non) spiega i motivi per i quali la Lega ha preteso di bandire, nel Pnrr,  qualsiasi riferimento  alla scadenza definitiva di Quota 100 (un preciso impegno che Bruxelles attende). Eppure, l’11 gennaio scorso, quando la Lega era ancora all’opposizione del Conte 2,  il gruppo ha presentato alla Camera un progetto di legge (pdl 2855)  – a prima firma proprio di Claudio Durigon seguita da quella del capogruppo Riccardo Molinari e di una sfilza di deputati – che, all’articolo 2 prevede di mantenere Quota 100 solo per i soggetti che svolgono lavori usuranti. Ma non c’è solo questo. “Posto che tali soggetti sono generalmente già destinatari del sistema misto di calcolo della pensione, si propone – è confermato nella relazione – che anche tale prestazione venga liquidata integralmente con il sistema contributivo” anche per i periodi regolati da quello retributivo. L’applicazione del calcolo interamente contributivo è  prevista, all’articolo 1, anche per l’accesso alla pensione anticipata con un’anzianità di 41 anni (la madre di tutte le riforme leghiste) a prescindere dall’età. In sostanza i deputati del Carroccio, grazie a questa penalizzazione economica, rischiano di apparire rigorosi a loro insaputa.


    Giuliano Cazzola 

    La Lega migliore è quella che  fa di tutto per archiviare le proprie battaglie ed è quella che sta facendo di tutto per spingere Salvini ad archiviare il salvinismo, nell’attesa forse di non archiviare il solo -ismo.


     

    Al direttore - Giorni fa, la Danimarca ha lanciato il “coronapass”, un pass necessario per andare al bar, in palestra o allo stadio che attraverso una app certifica l’avvenuta vaccinazione, guarigione o l’aver ricevuto un test negativo nelle ultime 72 ore. Chi avrà la app potrà frequentare liberamente locali, ristoranti e ogni altro tipo di attività. Mi chiedo: perché in Italia chi è vaccinato deve continuare a subire restrizioni? 
     

    Luca Marini

     

    La paura di discriminare i non vaccinati è superiore alla paura di discriminare i vaccinati. A proposito di restrizioni. Ieri la Francia di Macron ha annunciato un piano di riaperture. Dal 3 maggio si allenteranno alcuni divieti, con coprifuoco però alle 19. Dal 19 maggio il coprifuoco tornerà alle 21. Il 9 giugno il coprifuoco sarà alle 23. Il 30 giugno finirà il coprifuoco. Il 30 giugno. Ok?