In un mondo che cambia il Pd deve capire se può restare quello di prima

Le lettere al direttore del 20 febbraio 2021

    Al direttore - Nel suo scritto ospitato ieri sul Foglio, Goffredo Bettini ha invocato un congresso per ridefinire identità e funzione nazionale del Pd. La testa d'uovo più blasonata di Largo del Nazareno, inoltre, come è suo costume ne ha dettato con riflessioni alate i grandi temi: riorganizzazione della sinistra democratica, riforma del capitalismo e del sistema politico-elettorale, Europa più sociale, globalizzazione più umana, e via discorrendo. Questo per il futuro. Per il passato, invece, ha addebitato il fallimento del governo rossogiallo all’ostilità dei salotti buoni della borghesia italiana e all’insofferenza verso il Mezzogiorno dei ceti industriali del nord, “non tanto […] per le sue zone di parassitismo e di rendita, ma per le sue possibilità di valorizzare i propri talenti e le proprie risorse, in un rapporto privilegiato con il Mediterraneo”. Qui Bettini, più che volare alto nei cieli luminosi di un “pensiero moderno ma critico”, cade nel fosso di un meridionalismo d'antan e di una polemica contro avversari immaginari. Però lo capisco. Spiegare con argomenti razionali perché nel giro di poche ore è andata in frantumi la linea del “o Conte o il voto” avrebbe richiesto un autodafé imbarazzante per uno dei suoi teorici più convinti.
    Michele Magno

    La leadership del Pd, da mesi, si adatta a seguire una linea politica che non ha scelto (nel 2019, il Pd voleva votare e non si è votato; poi voleva un governo senza Conte e ha avuto Conte; poi non voleva altro da Conte e ha avuto altro da Conte). Ma il galleggiamento del Pd – e la capacità di adattarsi a una linea dettata da altri, in primis dal presidente della Repubblica – ha contribuito a far maturare alcuni fatti interessanti: il M5s di oggi è molto diverso da quello di due anni fa; la Lega di oggi è molto diversa da quella di due anni fa; il Pd di oggi si trova non più all’opposizione di M5s e Lega ma al governo come perno di un esecutivo guidato da Draghi. Il punto oggi per il Pd è questo: capire se in un mondo in cui tutti i partiti stanno cambiando pelle il Pd può permettersi di restare con la stessa pelle di prima.


      
    Al direttore - Ho letto con molta attenzione lo scritto di Goffredo Bettini sul Foglio di venerdì 19 febbraio e finalmente ho scoperto chi è nella realtà Kunt il marziano di Ennio Flaiano.
    Valerio Gironi

      
    Al direttore - Complessivamente ho trovato il discorso di Draghi al Senato (idem alla Camera) un intervento di grande levatura ma un punto avrebbe meritato maggiore attenzione, mentre invece è stato del tutto assente. E’ il tema della famiglia e, a esso collegato, quello del contrasto alla denatalità. Temi per altro centrali, soprattutto il primo, nella Dottrina sociale della chiesa che Draghi ben conosce. Stupisce il silenzio su queste che, ben prima della pandemia ma che la pandemia ha aggravato, erano e sono emergenze sociali. E’ stato detto in tutte le salse e sotto ogni angolatura: oltre alle imprese a essere in difficoltà sono in primis le famiglie, che oltre a tutto il resto hanno dovuto letteralmente reinventarsi l’organizzazione della quotidianità causa chiusura delle scuole con tutto ciò che ha comportato; né ci vuole un genio per capire il bagno di sangue che accadrà quando verrà tolto il blocco dei licenziamenti. Possibile dunque neanche un cenno da Draghi su cosa il governo intende fare per le famiglie? Poi c’è il tema della denatalità, il famoso “inverno demografico”  che connota da anni il paese. E’ giusto e sacrosanto che tutti gli sforzi siano rivolti alla “next generation”, ma in assenza di una decisa azione di contrasto alla piaga della denatalità, anche qui è fin troppo facile prevedere che saranno ben pochi i giovani che potranno giovarsene. Per un paese povero di figli come l’Italia è da lì che bisogna ripartire.
    Luca Del Pozzo