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Saviano, Nizza e la radice violenta del jihad (no: il ghetto non c’entra)

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 31 ottobre 2020

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Al direttore - Era meglio lo spread, eh?
Giuseppe De Filippi
 


 

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Al direttore - Le vignette che causano decapitazioni sono come le minigonne che causano stupri.
Mauro Marini

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Al direttore - Leggo che molti invocano, e taluni perfino predicono, un governo di salute pubblica. Forse basterebbe solo la salute pubblica.
Michele Magno

 

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A proposito della strage di Nizza. Roberto Saviano, ieri su Twitter, ha scritto che “gran parte degli attentatori islamisti viene da esperienze di ghetto, disperazione e criminalità, ma quest’aspetto è, ancora oggi, escluso dal dibattito sulle stragi. Manca una visione d’insieme per analizzare”. Saviano, a differenza di molti intellettuali un tanto al chilo, ha almeno il coraggio di ricordare che gli attentatori non sono dei passanti qualsiasi ma sono “islamisti” ma commette come molti un errore quando cerca di individuare una ragione sociale nel movente di un attentato. Purtroppo per Saviano e purtroppo per tutti noi la storia ci insegna che il problema del fanatismo islamista non è l’immigrazione (“colpa dei barchini!”) e non è la povertà (nel 2016 il National bureau of economic research ha pubblicato un importante paper intitolato “What explains the flow of foreign fighters to Isis?” e mettendo in relazione i dati su 30 mila foreign fighters con gli indicatori economici dei paesi di provenienza ha notato che “le condizioni economiche di povertà non spingono all’adesione all’Isis” e ha aggiunto che, al contrario, il numero di foreign fighters è correlato positivamente con il pil pro capite e l’Indice di sviluppo umano, dato che “molti foreign fighters provengono da paesi con elevati livelli di sviluppo economico e bassa diseguaglianza di reddito”). Il problema del fanatismo islamista è la radice violenta dell’islamismo integralista, e la logica della spada che si sostituisce alla logica della regione, e la trasformazione di una religione in qualcosa di simile a quello che ha detto due giorni fa il sindaco di Nizza: non è solo terrorismo, è islamofascismo. Non c’è discussione seria sul terrorismo che non parta da qui. I barchini, i ghetti e la povertà lasciamoli da parte, please.

 


 
Al direttore - Spiace constatare come la chiesa italiana (e non solo) abbia fornito ieri un’ulteriore, irricevibile prova di funambolismo lessicale, disciplina in cui ormai da tempo ha raggiunto livelli di ineguagliabile eccellenza. Nell’intento di condannare l’ennesimo atto di terrorismo islamista, la cui ferocia ha manifestamente oltre che simbolicamente colpito tre cattolici, la presidenza dei vescovi italiani non ha saputo far di meglio che vergare un comunicatino dove in poco più di 700 battute non c’è la benché minima traccia di ciò che ha connotato la mattanza di Nizza. Non una parola, un accenno, un pur flebile riferimento. Zero. La parola islam o l’aggettivo islamico/islamista (anche in questo caso contano più i sostantivi degli aggettivi?) sono semplicemente assenti (e mai come in questa occasione del tutto ingiustificati). Se uno non sapesse cos’è accaduto, a leggere la nota della Cei potrebbe pensare tutto e il contrario di tutto. Incluso che a commettere l’orrendo eccidio sia stato un fondamentalista cristiano (perché anche tra i cristiani esistono i fondamentalisti, giusto?). E’ solo continuando a far finta di non vedere ciò che invece è sotto gli occhi di tutti (persino, pensa un po’, di quegli stessi islamici che hanno parlato di “abominevole attacco terroristico”) che si può parlare di una non meglio precisata “cultura dell’odio e del fondamentalismo che usa l’alibi religioso” così come di una comunità cattolica francese “colpita da un’azione criminale e dissennata” che, ripetiamo, messa così non significa assolutamente nulla (il resto della nota lo lasciamo ai volenterosi che vorranno sorbirsela, magari previa assunzione di un gastroprotettore a rilascio lento). Intendiamoci. Non è stata la prima e non sarà l’ultima volta che toccherà assistere a simili performance che non fanno altro che confermare un ormai consolidato atteggiamento di malcelata quanto ingiustificata sudditanza culturale della chiesa italiana spacciata, quel che è peggio, per evangelica apertura all’ascolto e al dialogo. Come se chiamare le cose per nome fosse sinonimo di intolleranza. Ma c’è ben poco di cui meravigliarsi. Tanto più se si scrivono documenti, come la recente enciclica “Fratelli tutti”, dove in scia a una stravagante rilettura delle fonti francescane si è arrivati a parlare di “sottomissione” quale atteggiamento consigliato da san Francesco “pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede”. Detto fatto.
Luca Del Pozzo
 

A questo proposito, si legga il nostro editoriale a pagina tre.

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