La guerra tra i pm e l'ipocrisia degli indignati sulle correnti

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 19 maggio 2020

Al direttore - E pure sto lockdown...

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Anche magistrati ritenuti “integerrimi” su nomine e incarichi inciuciavano e inguacchiavano via sms con Luca Palamara, il capro espiatorio del sistema giudiziario. Il procuratore di Milano Francesco Greco (un passato rivoluzionario da giovane) che aveva bollato la vicenda come “abitudini romane” (lui è romano di adozione ed ex napoletano) gli scrive “ci vediamo al solito posto”. Il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho gli scrive “abbiamo combattuto insieme”. Ma tutto viene silenziato. E’ il sistema-paese dove una categoria incontrollata e incontrollabile continua a fare il bello e il cattivo tempo. Speriamo di riuscire a separare le carriere un giorno… quelle tra magistrati e giornalisti.

Frank Cimini

Curioso poi che chi si indigna per il traffico delle correnti non si ponga mai la domanda delle domande: ma il mercato delle nomine della magistratura è o non è incentivato dalla presenza delle correnti? Fateci caso: di solito, specie per gli amici dei magistrati purissimi, il problema non sono mai le loro correnti, ma sono sempre e soltanto le correnti degli altri. Li sentite anche voi tutti questi splendidi spifferi di ipocrisia?


 

Al direttore - La notizia è che a Roma, nel 2020, è stata ripristinata una pena abolita in tutta Europa più o meno due secoli fa: la gogna. Dei castighi in vigore fino all’Ottocento ci ha parlato Foucault in “Sorvegliare e punire”, mettendo in luce – proprio grazie all’esempio della gogna – quanto la finalità più sottile e profonda delle punizioni inflitte sul corpo fosse quella di mortificare l’anima; e perciò svelando da un lato come sulle anime, prima ancora che sui corpi, insistesse il potere assoluto del sovrano sui propri sudditi, e dall’altro come quel potere, e con esso le sue decisioni, fossero collocate nella sfera intangibile dell’insindacabilità. Ora, cos’è la nuova strategia mediatica della sindaca Virginia Raggi, consistente nello svergognare pubblicamente i runner inseguendoli coi droni in diretta televisiva o nel filmare le malefatte degli “zozzoni” e pubblicarle sui social, se non una gogna pubblica? Cos’è l’indignazione dei “cittadini” che si scatena nei commenti contro i malcapitati se non l’omologo del popolo inferocito che lanciava bestemmie, sputi e invettive contro i condannati esposti in piazza? Ma soprattutto: di cosa ci parla questo modo inedito di interpretare il ruolo di prima cittadina, se non del tentativo (maldestro, ma questa non è una novità) di sottrarre al giudizio pubblico le proprie inadeguatezze sottolineando le nefandezze altrui, e perciò di proclamare il proprio operato intangibile e insindacabile? A Roma, nel 2020, è stata ripristinata la gogna pubblica: senza una delibera, senza una determina, senza un’ordinanza. Con atto monocratico, si direbbe, della sovrana; la quale, da parte sua, ha immediatamente precisato mediante intervista che il profluvio di insulti del popolo aizzato contro il trasgressore di turno dev’essere considerato un “nuovo senso civico” (sic). Intanto gli autobus prendono fuoco, i rifiuti si accatastano fuori dai cassonetti, i buoni pasto arrivano in ritardo e l’erba cresce, inarrestabile, nei parchi. Verrebbe da chiedersi: chissà se la sindaca Raggi ha letto Foucault.

Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali

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