Creare condizioni per lavorare è più importante di rassegnarsi ai sussidi

Al direttore - Che poi Di Matteo con le inchieste sui covid era già avanti.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Dal reddito di cittadinanza al reddito di pietanza, è un attimo.

Simone Bemporad

 

I sussidi sono vitali, specie in una fase come questa, e persino il reddito di cittadinanza, in una stagione straordinaria, ma solo in questa, può avere senso. Resta però il problema centrale, che poi è il cuore della questione: i sussidi possono essere d’aiuto solo a condizione che uno stato consideri i sussidi non sostitutivi del lavoro. L’Italia ha bisogno di essere aiutata, con misure per così dire tampone, ma l’aiuto migliore che il governo può offrire ai suoi cittadini nei prossimi mesi è uno e soltanto uno: spendere soldi per aiutarli a tornare al lavoro.

 


 

Al direttore - Kim non muore e si rivede.

Alessio Viola

 


 

Al direttore - Il 9 novembre 1979 Giorgio Amendola pubblicò un articolo (“Interrogativi sul caso Fiat”) che investiva polemicamente la condotta della Cgil in fabbrica, per non avere ostacolato le crescenti violenze estremiste, e metteva sotto accusa la politica seguita dal Pci nell’ultimo decennio (dall’autunno “caldo” del 1969) per avere perso di vista la strategia delle alleanze sociali con i ceti medi produttivi isolando la classe operaia su posizioni corporative anziché avanzare una linea di sacrifici salariali per contenere l’inflazione e il relativo debito pubblico. Due giorni dopo, approfittando di una manifestazione pubblica per la campagna di tesseramento a Roma, Berlinguer contestò frontalmente le critiche di Amendola – con l’esclusione parziale della lotta al terrorismo – accusandolo di negare la prospettiva anticapitalista e di non conoscere “l’abc del marxismo”. Quell’aggressione ingiusta e indegna al vecchio dirigente e alle sue lungimiranti vedute, anticipava la resa dei conti che sarebbe venuta quattro giorni dopo e avrebbe concluso un drammatico Comitato centrale del Pci dove Amendola venne di nuovo fatto bersaglio di critiche provenienti da elementi minori e corrivi della dirigenza berlingueriana, prima che il segretario generale non concludesse la mattanza di quel nemmeno tanto simbolico processo politico, con le posizioni amendoliane allusivamente presentate nella veste incriminabile della “deriva socialdemocratica”. In verità Amendola aveva messo a nudo le ambiguità e i limiti organici della politica del Pci sotto la direzione di Berlinguer; limiti, che di lì a poco, avrebbero generato la verticale crisi del sindacato alla Fiat, la perdita progressiva di consensi elettorali fino alla liquidazione del partito che si consumò, dopo il 1989, con lo scioglimento e il cambio del nome. Quella violenta rottura tra Berlinguer e Amendola fu per me l’occasione di un profondo trauma personale, sul piano morale e politico. Avevo fino a quel momento aderito al Pci senza riserve e condiviso fino in fondo la stagione della “solidarietà nazionale”, con il progetto relativo del “compromesso storico”, della politica di “austerità” e di confronto radicale con il crescente sinistrismo comunista, con la guerriglia armata delle Brigate rosse, fino al tragico epilogo del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro. La differenza di vedute tra Berlinguer e Amendola mi era sempre stata chiara, ma non la giudicavo incompatibile, bensì virtuosamente complementare. Questa mia speranza si rivelò una pia illusione in quei giorni drammatici del novembre 1979. La rottura non si sarebbe più ricomposta, anche perché Amendola, aggredito da un tumore, nel giro di pochi mesi avrebbe perso la vita e non poté continuare la battaglia dentro il Pci come avrebbe voluto. Avrebbero dovuto prendere il testimone quei dirigenti (da Chiaromonte, a Napolitano, a Bufalini, a Lama, e tanti altri) che gli erano sempre stati al seguito, a lui erano politicamente più affini. Cominciò invece la sequela opportunista dei distinguo, dei però, degli aggiustamenti e delle ambiguità diplomatiche che annegarono ogni fermento critico nel conformismo di una pseudo-unità ideologico-politica sotto l’egida berlingueriana. Posso dire che quel 1979 fu per me una stagione di cocente e traumatica disillusione. Giornalista e militante di partito a pieno tempo, svaniva in me l’idea del Pci come forza politica e morale entro cui conciliare il pensiero e l'azione; e così progressivamente, insensibilmente, iniziò un processo interiore di distacco che fu prima morale e politico; e col tempo, culturale e ideologico. Non accadde in un giorno. Ci vollero anni. Ma la divisione e la scissione che accadde allora nel mio cuore di “comunista italiano” credo possa valere come emblema di ciò che accadde nel cuore di tanti; ed è alla radice della decomposizione progressiva ma inesorabile di quel formidabile motore storico della democrazia repubblicana che fu il Pci.

Duccio Trombadori