Differenza tra misure urgenti e misure giuste. L'Europa, noi e un po' di verità

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore -

Giuseppe De Filippi 


Al direttore - Il mio orgoglio di essere italiano rimane inossidabile, ma questo non mi impedisce di registrare la consueta inadeguatezza del dibattito politico nazionale a un’emergenza come quella che il paese sta vivendo a seguito del Covid-19. Tralascio gli aspetti sanitari e la gestione comunicativa di una vicenda descritta, ai nostri compatrioti, prima come un raffreddore, poco più pericoloso della media con gli anziani, poi, all’improvviso, come la peste del Trecento e forse anche peggio. Vorrei invece richiamare la sua attenzione su quanto sta accadendo in Germania, a margine della decisione della Merkel, prontamente spalleggiata dalla von der Leyen, di stroncare sul nascere qualsiasi ipotesi di lavoro intorno agli Eurobond per fronteggiare gli effetti collaterali sull’economia dell’Eurozona del coronavirus. Purtroppo, nel consueto solco dell’autoreferenzialità che ci contraddistingue, gran parte della stampa e l’intera classe politica italiana hanno di fatto ignorato come, per la prima volta, in Germania si sia sviluppato un movimento trasversale di economisti di elevato standing, favorevole a un programma di mille miliardi di euro in obbligazioni europee e contrario al ricorso alle risorse del Mes, per sostenere le economie dei paesi dell’Unione colpiti dalla pandemia. Il primo e inaspettato colpo di fulmine è arrivato da un appello/manifesto, intitolato “L’Europa ora deve stare insieme”, pubblicato due settimane fa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, primo firmatario Michael Huther, direttore dell’Istituto di economia tedesco di Colonia, già autorevole voce del fronte rigorista tedesco. Lo hanno affiancato nell’iniziativa Sebastian Dullien, docente di Politica internazionale presso l’Htw dell’Università di Berlino, Peter Bofinger, economista presso la Bundesbank, vicino a Schröder e docente di Economia a Würzburg, Jens Suedekum, docente al Düsseldorf Institute for Competition Economics (Dice) e Clemens Fuest, direttore del Center for Economic Studies dell’Università di Monaco di Baviera. A loro si sono, nei giorni successivi, affiancate altre personalità, prendendo posizione a favore degli Eurobond: dall’economista ed ex parlamentare del gruppo dei Verdi al Bundestag Gerhard Schick, che oggi guida a Bruxelles una ong finalizzata a mettere la finanza al servizio dei cittadini, la Finanzwende, a Christoph Trebsche, del Kiel Institute for World Economics, fino a Moritz Schularick, professore di Economia all’Università di Bonn, che ha mestamente confessato all’Economist lo scorso 26 marzo il suo pessimismo: “Se dichiariamo guerra al virus, gli Eurobond dovrebbero essere lo strumento privilegiato, ma non sono per nulla fiducioso”. Più ottimista il già citato Sebastian Dullien, che il 25 marzo ha invece dichiarato al Heidenheimer Zeitung: “I Coronabond finora non hanno incontrato l’approvazione del governo federale e la Germania esprime un veto centrale a livello dell’Unione europea, ma è concepibile che questo orientamento possa cambiare”. Le preoccupazioni espresse da questi economisti rispetto a una seconda, catastrofica crisi dei debiti sovrani a seguito dei contraccolpi del coronavirus, sembrano condivise da larghi settori produttivi e industriali tedeschi. Penso quindi che un giornale nato per pensare e far riflettere come il suo, possa fare molto per aiutare la nostra classe dirigente ad uscire da un innato provincialismo, per comprendere come la nostra ambizione di costruire un’Europa diversa da quella che conosciamo e che rischia di sgretolarsi di fronte alla pandemia, possa forse essere legittimata dalla creazione di un movimento europeo, che unisca economisti, intellettuali e politici di diverse tendenze per spingere le classi dirigenti dei paesi dell’Unione a voltare pagina. Il che comporta una condivisione di iniziative che coinvolga le migliori intelligenze dell’Unione e non affidi tutto alle bizze del Consiglio d’Europa e delle litigiose delegazioni governative. Magari a partire proprio da questo manifesto/appello per rafforzare l’integrazione europea attraverso gli Eurobond, del quale, in casa nostra, siamo in ben pochi a esserci accorti: trovo infatti curioso come l’appello sottoscritto da 67 economisti italiani abbia meritato una citazione del premier alla Camera e notevoli attenzioni dai giornaloni nazionali, mentre nessuno abbia voluto o saputo approfondire chi e cosa rappresentino i firmatari dell’analogo appello tedesco e il loro potenziale background in Germania. A occhio direi che chi lancia appelli per l’integrazione europea dovrebbe almeno provare a muoversi su una scala europea. O no? Non mi illudo che nel breve periodo iniziative di questo genere cambino il corso della storia, ma nel medio potranno assumere un certo rilievo, specie nei giorni difficili che attendono il Vecchio continente, dove le speranze e i bisogni dei popoli potrebbero travolgere in pochi mesi le ottuse resistenze di piccole, ostinate oligarchie. Grazie per l’ospitalità, sperando davvero, come sentiamo ripetere spesso, che andrà tutto bene.

Andrea Augello 

 

Caro Augello, l’appello è molto interessante ed è per molti versi sottoscrivibile e bene ha fatto a segnalarcelo. Resto però perplesso su un punto che non riguarda lo strumento degli Eurobond. Gli Eurobond sono uno strumento giusto ma di cui bisognerebbe parlare in modo serio perché chiederli non significa solo chiedere all’Europa di adottare uno strumento in più per aiutare i paesi in difficoltà ma significa anche chiedere ai singoli paesi uno sforzo in più in termini di europeismo. Perché creare di fatto un bilancio unico europeo significa rafforzare la sovranità europea, a discapito dei sovranismi nazionali, cosa che come sa a noi non dispiace affatto, e anche lei sa che simili strumenti hanno bisogno di tempo per essere rodati e per essere perfezionati. Il punto su cui resto perplesso riguarda alcune accuse sterili che vengono fatte all’Europa in una fase in cui paesi sotto schiaffo del virus come l’Italia – ma non solo l’Italia – hanno bisogno non di risposte giuste ma di risposte urgenti. E le risposte urgenti, quelle che si potevano dare, onestamente sono state date. La Bce, nel giro di pochi giorni, ha strutturato un nuovo Qe. Il Patto di stabilità europeo è stato allentato. Ai paesi molto indebitati, come l’Italia, è stato permesso di fare grosso modo tutto il debito necessario. E forse più che parlare di Eurobond andrebbe chiesto all’Europa, al Consiglio europeo e all’Eurogruppo oltre che alla Commissione, un qualche permesso in più per spendere dei soldi che possano essere, come si dice, scomputati dal calcolo del deficit. Chiedere di più all’Europa è sempre corretto ma vedere alcuni politici italiani – e alcuni lei li conosce meglio di noi – pronti a rimproverare l’Europa per via della sua assenza, dopo aver teorizzato per anni la necessità della sua assenza, è piuttosto comico. Intanto grazie, appello prezioso e utile. E in bocca al lupo per tutto.

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