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Lagarde verso Pomigliano. Mingardi sul fissato liberista (con risposta). Più Fabio Fazio per Sorge

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

19 Marzo 2020 alle 06:13

Lagarde verso Pomigliano. Mingardi sul fissato liberista (con risposta). Più Fabio Fazio per Sorge

foto LaPresse

Al direttore - Tra un po’ la Lagarde dovrà prendere residenza a Pomigliano e suonare il mandolino per dare un segnale di sostegno all’Italia credibile.

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - Noi che abbiamo amato il Foglio da quando era in fasce, che cerchiamo di non mancarne mai una copia, noi che non ci perdiamo mai una puntata di Propaganda Live (tranne quando fra gli invitati c’è Lirio Abbate), noi che abbiamo pianto Vincino e accolto con gioia Makkox sulla prima, noi, me lo lasci dire, abbiamo sentito una fitta al cuore per la vignetta di ieri che si burlava di un 84enne che donava dieci milioni di euro alla Lombardia per combattere la pandemia, ma lo faceva da Nizza. Scusi il sentimentalismo.

Marco Taradash

Da Nizza, da Arcore, da Roma, da Milano, il Cav., quando fa il Cav., lo si ama a prescindere.

 

Al direttore - Ho letto che padre Bartolomeo Sorge, un’autorità in campo ecclesiastico anche ora – e soprattutto ora – che di primavere ne ha più di novanta, già direttore della Civiltà Cattolica ma soprattutto per decenni grande teorizzatore di una chiesa politicamente militante (ha tenuto a battesimo la primavera palermitana di Leoluca Orlando, tanto per dirne una), ha trovato il tempo per affidare a Twitter un suo pensiero circa la tragedia che stiamo vivendo in queste settimane: “Sfido chiunque – ha scritto – a negare il fatto che la diffusione del virus in Italia sia cominciata non da un porto riaperto ai naufraghi, ma dalla regione più ricca”. Parole che per un cattolico hanno avuto l’effetto di un pugno nello stomaco. Come può, un sacerdote, vedendo ogni sera ai telegiornali le immagini dei medici sfiniti dal lavoro e dei malati intubati e leggendo al mattino le statistiche dei bollettini, rendere pubblico un pensiero del genere? Dov’è la pietà che un prete – soprattutto un prete – dovrebbe mostrare in circostanze come questa? Padre Sorge è un grande sostenitore dell’attuale Pontefice, tant’è che anche per questo suo entusiasmo (reso molto evidente dai media, me lo consenta) è tornato sulla breccia, diventando addirittura l’ideatore di nuove strade per la chiesa italiana. Ecco, faccia una cosa padre Bartolomeo: segua le omelie mattutine del Papa, di questo Papa. Ieri mattina, anziché parlare di regioni ricche, Francesco ha consegnato un pensiero che più semplice e tenero non si può: “Preghiamo oggi per i defunti, coloro che a causa del virus hanno perso la vita; in modo speciale, vorrei che pregassimo per gli operatori sanitari che sono morti in questi giorni. Hanno donato la vita nel servizio agli ammalati”.

Ignazio Sconcerti

O quantomeno: segua un po’ di più Fabio Fazio.

 

Al direttore - Ma per l’amor di Dio, come fanno i “fissati liberisti” a scandalizzarsi per l’Alitalia nazionalizzata al primo segno di revisione della disciplina degli aiuti di stato, a scalpitare per l’esplosione del debito, a preoccuparsi per i colpi inferti alla globalizzazione, su cui un mese di virus pesa più di quattro anni di Trump? L’accusa di essere un mostro dal cuore duro, al fissato liberista, non crea imbarazzo. Dogmatici, ideologici, intransigenti, selvaggi sono gli aggettivi che i liberisti in Italia si portano appresso da quando è in uso la parola “liberismo”. Proviamo però a uscire un poco dalla retorica politica più lisa e andare alla sostanza delle questioni. In Italia abbiamo uno stato che non pesa per il 10 per cento, e nemmeno per il il 20 o il 25 per cento del prodotto interno lordo. Lo stato intermedia, grosso modo, metà del pil. La pressione fiscale è di poco più bassa, perché ricorriamo al debito: cioè ci facciamo imprestare quattrini dai nostri figli e nipoti (sempre meno, fra l’altro). Se lo stato è, in certa misura, una assicurazione, questo è il suo momento. Le assicurazioni servono a tutelarci proprio dai rischi che non possiamo prevedere e in qualche modo calcolare all’interno dei nostri ordinari piani di vita. Il coronavirus vale il terrorismo o un’invasione straniera. Se lo stato ha un mestiere, questo mestiere è impedire la deflagrazione dell’ordine sociale. Quindi, il più fissato dei liberisti sarà d’accordo: è il momento dello stato. Il diavolo, però, come sempre sta nei dettagli. E quindi, se lo stato deve fare il suo mestiere, non è indifferente il “come” lo fa. Dove va a prendere i quattrini che servono? Il tema l’ha posto un liberista non fissato come l’ex ministro Tria. Quando aumenta l’emissione di titoli di debito, lo spread si muove. Se lo spread si muove, il costo d’indebitarsi cambia. Se il costo d’indebitarsi sale, qualcuno in futuro dovrà pagare più imposte per saldare i debiti di ieri. Come vengono spesi, poi, i quattrini che tanto servono? Anche il più fissato dei liberisti direbbe, oggi, di mettere tutto quel che si può, qui e ora, nella sanità. I fissati keynesiani dovrebbero essere d’accordo: per loro non conta la porta d’ingresso da cui passa la liquidità immessa nell’economia, conta solo che ci arrivi. L’azienda che fa ventilatori assumerà persone, queste persone pagheranno l’affitto, cambieranno la macchina, e via dicendo. Che fare, oltre a mettere quel che si può nella sanità, attrezzando una rete ospedaliera con un po’ di “ridondanza”, per fronteggiare l’emergenza di oggi e quelle di domani? Complimenti a chi, alla domanda fatidica, sa rispondere. La crisi è nuova e devastante. Quali siano gli strumenti migliori per fronteggiarla non lo sa il fior fiore della professione economica internazionale, non lo sanno i banchieri centrali, il fissato liberista pensa che difficilmente i cervelli del Mef siano destinati a far meglio. Che cosa sappiamo? Che è stata una decisione saggia del governo, il fissato liberista lo riconosce volentieri, non spegnere del tutto il motore dell’economia italiana. Ma in un’economia ci sono attività e imprese che creano risorse e altre che le distruggono: delle prime oggi c’è bisogno come l’ossigeno, delle altre no. Alitalia è un’azienda abituata a danzare sull’orlo del fallimento con governi di ogni colore, quando crescono i volumi del traffico passeggeri, aumentano i viaggi all’estero, la globalizzazione collega persone e paesi. In un momento nel quale le aviolinee di tutto il mondo cancellano voli, rivedono i loro piani, licenziano persone, cercano insomma di immaginare un futuro che pare straordinariamente gramo, è una strategia avveduta continuare a mettere in Alitalia i soldi del contribuente? La crisi ha reso drammaticamente necessario sostenere l’economia, ma non si capisce perché versando gasolio in un serbatoio bucato il risultato oggi dovrebbe essere diverso da ieri. Ancora, si dice: sosteniamo la domanda. Ma come farlo, se la gente non può uscire di casa? A chi viene voglia di cambiare l’automobile, se non sa quando potrà utilizzarla di nuovo? Il fissato liberista segue anche lui, con un gran peso sul cuore, la conta disperata dei morti e degli infetti, questo triste rosario quotidiano officiato dalla Protezione civile. E pensa alle vittime ancora invisibili: le attività piccole e medie che hanno chiuso per non riaprire, le partite Iva che getteranno la spugna, i giovani al primo impiego che maledivano gli stage e adesso non vedranno uno stage neppure col binocolo. Per loro, bisogna pensare alla guerra ma anche al dopo. In punta di piedi, il fissato liberista fa osservare che là dove bisogna “fare presto”, le autorità stanno facendo di tutto per abbandonare quel “vincolismo” che in altri tempi le ha rese tanto fiere: si snelliscono i protocolli dell’Aifa, si producono mascherine anche al di fuori degli standard, si riqualificano aree ed edifici per farne ospedali da battaglia senza curarsi delle liturgie della pianificazione urbanistica. Si pensa, cioè, che chi ha voglia di fare qualcosa vada incoraggiato e considerato con favore, senza asfissiarlo di norme e adempimenti. E’ così che il fissato liberista vorrebbe che, anche in tempo di pace, funzionasse il rapporto fra stato e produttori. Ma il fissato liberista sa bene che purtroppo queste sono piccole crepe nel quadro che la classe politica sta già dipingendo. Ci vuole più stato: più del 50 per cento del pil? Ci vuole più produzione nazionale, meno libero scambio, filiere produttive corte e quando serve che il pubblico diventi azionista, lo faccia. Il fissato liberista si ricorda il secondo Dopoguerra e il miracolo italiano. Avevamo altri leader, è vero. Eravamo diversi e più poveri e con più voglia di lavorare, è vero. Soprattutto, all’epoca era evidente il fallimento di un modello, quello autarchico fascista, centralizzato e statolatrico, che oggi invece utilizza il “virus cinese” per cinesizzarci un po’ tutti. E’ un sentimento forte nel paese, non c’è dubbio. Al fissato liberista resta il monopolio del dubbio. Il tremendo dubbio che con un debito pubblico ancora più elevato, con ampi settori dell’economia privata nazionalizzata, in un mondo de-globalizzato dove le nostre imprese, fortemente vocate all’export, non potranno più tenere in piedi il resto del paese, il dopoguerra prossimo venturo somigli agli anni Venti e non agli anni Cinquanta.

Alberto Mingardi

Il fissato liberista ha la capacità unica di riconoscere meglio di chiunque altri i vizi e le virtù di uno stato. Ma in una stagione straordinaria in cui lo stato ha il compito di salvare la vita anche ai fissati liberisti occorrerebbe essere più flessibili che mai, servirebbe un bel realistic act, e denunciare i vizi dello stato solo quando lo stato tornerà a commettere i suoi errori ordinari. Per ora teniamocelo stretto, lo stato, con tutti i suoi vizi e con tutte le sue virtù. Un abbraccio grande.

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