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Il capitalismo aiuta ad avere un ambiente migliore. Buone notizie dall’Aie

14 Febbraio 2020 alle 06:02

Al direttore - Sarà un anno educatissimo.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ci dà una buona notizia. Le emissioni totali di CO2 nel 2019 sono rimaste stabili rispetto al 2018 nonostante un aumento del pil mondiale del 2,9 per cento. Si chiama disaccoppiamento ed è la prova che, almeno nei paesi più sviluppati, la ricchezza può crescere senza che crescano proporzionalmente le emissioni climalteranti. Ricordo però che il 2018 ha fatto segnare il picco massimo e che la stabilizzazione non significa una riduzione ma solo una diminuzione del tasso di crescita della CO2 totale, che comprende quella già accumulata. Ma nei paesi ricchi (Usa, Ue, Giappone) c’è una diminuzione percentualmente significativa purtroppo compensata dagli aumenti di altri paesi come Cina e India, affamati di energia a basso costo. Cioè prodotta con il carbone. A che cosa è dovuta la diminuzione? Essa riguarda il settore energetico e comprende tre fattori. Aumento della quota di rinnovabili, sostituzione del carbone con il gas e, udite udite, aumento della produzione nucleare, soprattutto in Giappone. C’è qualche elemento di riflessione per gli ambientalisti inossidabili. Gli Stati Uniti sostituiscono il carbone con lo shale gas, che proprio innocuo non è dal punto di vista ambientale, il nucleare fa la sua parte e le rinnovabili fanno la loro, anche grazie ai mega impianti eolici del Mare del nord. Tutte cose inimmaginabili in Italia, dove sono più importanti gli scazzoni (pesci di acqua dolce) della pulitissima energia idroelettrica. Prima ci si mette in testa che non è possibile avere la moglie ubriaca e la botte piena, e che non esistono cambiamenti senza costi, prima facciamo.

Chicco Testa

 

Dove si dimostra che per migliorare la salute dell’ambiente il capitalismo non è un nemico ma è un magnifico alleato.

 


 

Al direttore - La Consulta ha stabilito che le norme della legge “Spazzacorrotti” non possono avere (come tutte quelle di carattere penale) un’applicazione retroattiva. Bene. Pertanto, in Italia, almeno di recente, c’è stato un solo caso di applicazione retroattiva di sanzioni penali: la legge Severino a Silvio Berlusconi.

Giuliano Cazzola

 


 

Al direttore - Caro Cerasa, leggevo l’articolo di Giulia Pompili sul sogno cinese. Gli analisti dicono che lo sviluppo cinese dopo anni di crescita esponenziale sta subendo un rallentamento. Perché allora continuare a investire in Cina? Le motivazioni sono diverse. Iniziamo dalla moneta, il renminbi (moneta del popolo). Fino a poco tempo fa non la si conosceva, anzi la chiamavamo yuan, il centesimo del renminbi. La moneta cinese ha avuto negli ultimi anni un’incredibile e inimmaginabile diffusione. Da maggio 2012 la Cina compra petrolio, gas e materie prime in Russia non più in dollari ma in renminbi. Tutti ricordano l’accordo con l’Arabia Saudita per costruire la prima raffineria cinese in terra araba e acquistare il petrolio in renminbi e non più in dollari. Si è delineata una divisione del mondo in tre blocchi dollaro, euro e renminbi. Ciò comporta per i vari stati la necessità di creare riserve anche in moneta cinese. Ricordiamo che la percentuale del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è diminuita dall’80 per cento negli anni 70 a circa il 60 per cento di oggi. Altra questione fondamentale è il debito pubblico. Il Giappone ha un debito pubblico pari al 223 per cento del pil, i paesi europei all’83 per cento, l’Italia al 131 per cento, gli Usa al 78 per cento, la Cina al 18. Il 2020 ci darà qualche risposta in più sulla parabola cinese.

Andrea Zirilli

 


 

Al direttore - Il messaggio che passa con l’assunzione della ricercatrice precaria dello Spallanzani è che per avere un contratto di lavoro decente basta muoversi nell’orbita del Nobel.

Andrea Minuz

 


 

Al direttore - Vi scrivo a seguito della pubblicazione in data 13 febbraio 2020 sul vostro quotidiano il Foglio di un articolo dal titolo “Linea e processo. Archiviare l’èra dell’uno contro tutti. Perché Giorgetti suggerisce a Salvini di cambiare schema, guardando a Renzi”. L’articolo nel riferire di alcune presunte considerazioni dell’onorevole Giancarlo Giorgetti sulla linea politica della Lega, riporta, virgolettandole, alcune dichiarazioni non veritiere attribuite alla mia persona. Infatti è destituito di ogni fondamento il seguente passaggio del citato articolo giornalistico: “Matteo Adinolfi, laziale, mostra insofferenza: ‘Finché resteremo insieme a Le Pen e AfD, non toccheremo palla. Parecchi dei nostri – s’è sfogato giorni fa – vorrebbero andare coi Conservatori”’.

Non avendo il sottoscritto mai pronunciato quei giudizi e quelle dichiarazioni che mi vengono attribuite, voglio invece sottolineare la mia convinta appartenenza al Gruppo Id Identità e democrazia del Parlamento europeo e la condivisione massima della linea politica del nostro segretario Matteo Salvini e delle sue scelte in termini di Europa e proposte per il futuro governo del paese. Chiedo pertanto la pubblicazione di una rettifica ai sensi dell’articolo 8 legge 47/48 sulla stampa.
Cordialmente.

On. Matteo Adinolfi, eurodeputato Lega-Gruppo Id

 


 

Al direttore - Tocca leggere fior di liberali e radicali invocare il processo per Matteo Salvini. Per sconfiggere il nemico, al solito, si passa dalla ragione alle manette.

Jori Diego Cherubini

 


 

Al direttore - Condivido il suo editoriale odierno, soprattutto le conclusioni: Salvini condannato per abuso d’ufficio a un anno di servizio in mare a salvare migranti e naufraghi. Magari con Carola Rackete. Urge lanciare un hashtag.

Paolo Gobbini

 


 

Al direttore - Caro Cerasa, nel sarcasmo dell’Aula del Senato, Salvini ha fatto un’accorata citazione dei suoi figlioli nel vedere il papà sotto processo. Forse è stato più convincente della grande Filomena Marturano quando, nell’opera omonima, diceva che i figli “so’ piezz’e core”: e come darle torto?

Vincenzo Covelli

 

Da papà a papà: non si chiudono i porti. Punto.

 


 

Al direttore - E’ grave che, dopo i dati Istat sulla denatalità, i commenti di autorevoli demografi, l’autorevole intervento del capo dello stato, non vi sia stata una sola forza politica che abbia espresso una posizione, manifestato un impegno, data la misura dell’essere consapevole dell’acutezza del problema, essendo noto come gli effetti di lungo periodo di un persistente calo della popolazione abbiano storicamente caratterizzato la decadenza e la caduta degli stati. Si potrebbe, forse, dire che è stato meglio che non vi siano state delle dichiarazioni perché ormai ne conosciamo la utilitaristica finalità e la durata pari a quella della rosa di “de Malherbe”. Il fatto è che l’assoluta concentrazione sulla prescrizione – che sta diventando come il naso di Cleopatra per i destini del mondo – presenta una maggioranza distante da problemi di grandissima importanza e, nelle sue prevalenti componenti, succuba di una pesante strumentalizzazione. Assumono un rango secondario l’urgenza del varo di misure straordinarie per il rilancio della crescita dopo la recente pubblicazione dei dati sulla produzione industriale e sul pil, le riforme da introdurre, i rapporti con le istituzioni dell’Unione e, non affatto per ultimo (tutt’altro), l’accennato problema della denatalità al quale si connettono – come causa ed effetto e viceversa – quasi tutte le problematiche economiche, finanziarie e sociali. Non che la prescrizione sia argomento trascurabile, ma è mai possibile che esso annienti ogni altro tema fondamentale e faccia apparire il governo costantemente “tra color che son sospesi” a pochi passi dalla caduta, per poi ritrarsene? Si può continuare così mentre nella maggioranza si tarda a chiedere di “scoprire definitivamente le carte” e a valutare in tutte le conseguenze l’esito del “gioco”?

Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

Al direttore - Faccio notare, rispetto al suo sospetto di ieri relativo al caso delle foibe, sospetto secondo il quale le dure parole di Mattarella su questo possano essere l’indizio di una qualche svolta del presidente, che in realtà anche nel 2017 il capo dello stato aveva utilizzato l’espressione “pulizia etnica”. Ricordo la frase: “Reiterare la memoria di quei fatti, contribuire ad una lettura storica corretta e condivisa è il contributo prezioso di tante associazioni degli esuli e delle comunità giuliano-dalmate e istriane, base di una autentica riconciliazione che allontani per sempre la sofferenza delle spaventose violenze del passato, delle criminali pulizie etniche, dei lutti indelebilmente impressi nelle nostre comunità”. Dov’è la novità?

Luca Martini

La novità è piccola ma c’è. In quella dichiarazione il presidente Mattarella non citò il comunismo, quest’anno sì. E con forza. “Queste terre con i loro abitanti, alla fine della Seconda guerra mondiale, conobbero la triste e dura sorte di passare, senza interruzioni, dalla dittatura del nazifascismo a quella del comunismo. Quest’ultima scatenò, in quelle regioni di confine, una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica”. Sfumature. O forse no. E grazie.

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