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In economia la cultura del sospetto è l’anticamera del cialtronismo

4 Dicembre 2019 alle 06:16

Al direttore - Dazi Usa al 25 per cento sulle cozze, torniamo all’acciaio?

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Per giustificare la posizione del M5s sul caso del Mes, Luigi Di Maio, martedì mattina, ha scritto un post che comincia così: “Gianroberto Casaleggio diceva che ‘quando c’è un dubbio, non c’è nessun dubbio’: e sul Mes i dubbi ci sono”. Come diceva quel proverbio? When in trouble, buttala in caciara.

Franco Ciffani

 

Giovanni Falcone, a proposito della giustizia, diceva che la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità ma è l’anticamera del khomeinismo. A voler utilizzare la frase di Falcone a proposito dell’economia potremmo proporre una versione aggiornata: la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità ma è l’anticamera del cialtronismo.

  


 

Al direttore - Con colpevole ritardo ho letto un impeccabile articolo di due sociologi, Marianna Filandri e Giovanni Semi (“Viva le classi sociali!”, rivista il Mulino). E’ un prezioso vademecum per quei politici e opinionisti che spesso parlano a sproposito, non solo nei talk-show televisivi ma anche nelle aule parlamentari, del ceto medio e del suo disagio. Nella seconda metà del secolo scorso, la questione del ceto medio diventò centrale nel dibattito pubblico dopo la pubblicazione del celebre “Saggio sulle classi sociali” di Paolo Sylos Labini (1974). Il grande economista, mettendo in discussione un mantra della vulgata marxista, mostrava il peso crescente nella società italiana della piccola borghesia del settore agricolo, dell’artigianato e del commercio (i famigerati “topi nel formaggio”). Una tesi molto vicina a quanto sosteneva Alessandro Pizzorno in un altro noto scritto edito nello stesso anno, “I ceti medi nei meccanismi del consenso”. Entrambi gli autori attribuivano l’espansione di questi gruppi sociali alle politiche clientelari messe in campo dalla Dc per conquistarne il voto. Oggi i mass media, come spesso accade, ne stanno invece amplificando oltre misura l’impoverimento presunto, sbrigativamente identificato con l’erosione del potere d’acquisto dei contribuenti collocati nei decili centrali della distribuzione del reddito. Infatti, come ha osservato Arnaldo Bagnasco, la sua presunta “proletarizzazione” non si presta a facili semplificazioni giornalistiche. In realtà, come per primo spiegò Charles Wright Mills nella sua monumentale ricerca sui colletti bianchi americani (1951), la “middle class” è un’insalata mista di occupazioni, una nebulosa che comprende lavoratori indipendenti (come artigiani, piccoli e medi imprenditori) e dipendenti (come gli impiegati pubblici e privati). In altre parole, una classe media non è mai esistita, ma esistono più classi medie professionali, che cambiano nel tempo e nello spazio. Quando ci si vuol riferire a un insieme che supera e comprende tali diversità, entra allora in gioco il termine ceto, che indica una vicinanza di tratti culturali, stili di vita, modelli di consumo, effetto anche di scelte politiche. Le aspirazioni tipiche del ceto medio italiano, che hanno cominciato a prendere forma nel secondo Dopoguerra, andavano dalla proprietà della casa al possesso di un’automobile, dall’andare in vacanza al mandare i figli a scuola. Ora, guardando ai dati sulla mobilità intergenerazionale, lo scenario resta sconfortante: nascere in una famiglia borghese significa avere la certezza di restare borghesi, mentre nascere in una famiglia operaia significa avere molte probabilità di restare intrappolati nel mestiere dei genitori. Morale: l’Italia ha un disperato bisogno di riforme – in primis, del sistema di istruzione – che ne sblocchino l’immobilismo sociale e la stagnazione economica. Ma, promesse da tutti e quasi mai realizzate da nessuno, restano una sorta di miraggio. Ma che cos’è che impedisce di fare le riforme? La risposta non è difficile. Qualunque sia il provvedimento immaginato per colpire privilegi e corporativismi, scatta immediatamente la reazione delle categorie avvinghiate a condizioni di favore: monopoli, condoni, carriere assicurate, pensioni speciali, proroghe ed esenzioni, ordini professionali e sinecure di casta. Formano un esercito folto e agguerrito, e spesso riescono ad averla vinta aizzando un particolarismo spietato e saccheggiando le casse pubbliche. E’ contro questa muraglia che si infrange qualsiasi vento riformatore. Lo schieramento antimeritocratico e anticoncorrenziale è riuscito così a neutralizzare la sfera della politica, imponendo in cambio del proprio consenso la sua impotenza. I fatti ci invitano a non cadere nel trabocchetto che colloca l’impoverimento relativo del ceto medio in scenari da Terzo mondo. Ma ci invitano anche a non trascurare i rischi di nuove drammatiche fratture nella comunità nazionale. Sempre i fatti, ad esempio, ci dicono che il lavoro servile svolto dalle donne immigrate ha permesso alle donne italiane di emanciparsi, sia pure parzialmente, senza però mutare l’assetto tradizionale della famiglia e del welfare. E ci dicono che i mestieri manuali meno qualificati si stanno velocemente etnicizzando, soprattutto al nord. Oggi mi pare questo il cuore della “questione sociale”, sempre denunciata e mai seriamente affrontata dalla sinistra domestica.

Michele Magno

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