Un casting per il sindaco di Roma: apriamolo! Il termometro del Mes

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 26 novembre 2019

Al direttore - A Nunzia D’Elia procuratore aggiunto a Roma si aggiunge Stefano Pesci suo marito con lo stesso incarico. Lo ha deciso con 5 voti su 6 la commissione incarichi direttivi del Csm. Moglie e marito avranno insieme alle loro dipendenze una ventina di pm. Nessuna norma lo vieta ma avrebbero dovuto prevalere criteri di opportunità a sconsigliare la presenza di una coppia di coniugi al vertice di una delle procure più importanti d’Italia. Insomma al Csm dopo l’emergere del mercato delle vacche dell’estate scorsa poi silenziato dai giornaloni che hanno un rapporto organico di complicità con la magistratura continuano a fare i loro comodi. Mentre alcuni giudici nel motivare custodie in carcere per comuni mortali continuano a dare lezioni di morale.

Frank Cimini

 


 

Al direttore - Appunti per cercare un candidato sindaco. 1. Il sentire generalizzato è uniforme: Roma è rotta. 2. Questo sentire scompone appartenenze forti. 3. Se Roma è rotta serve chi abbia mani di fare cervello rodato. 4. Le élite politico culturali della città sono la preda preferita del plebeismo. 5. Chi viene dal basso e arriva in alto risucchia parte della propaganda avversaria. 6. Cova un silenzioso bisogno di riscatto mediatico che finisca dritto sulle prime pagine del mondo. 7. La moralità deve essere incisa nel volto. 8. Roma cerca una storia biografica romanzesca e concreta, già nota e non da costruire: già fatta non da costruire. 9. Roma vuole un sindaco di primo piano come furono Rutelli e Veltroni. 10. Vogliono una novità dopo aver esaurito tutte le novità. 11. E’ seppellito il fascino della romanità. Fine. Io finalmente un nome perfetto per provare a vincere ce l’ho ma deve sacrificarsi e forse farebbe il grande salto.

Umberto Contarello

A me vengono in mente un ex ministro e un attuale ministro. In ogni caso, sì: apriamo subito il casting!

 


 

Al direttore - Nel 1992 Giuliano Amato riacciuffò per i capelli un’Italia a un passo dal fallimento grazie a una manovra choc da 90 mila miliardi di lire e all’avvio di massicce privatizzazioni. Nel biennio ’96-’97 il trio Prodi-Ciampi-Draghi impose al paese una cura da cavallo per entrare nell’euro, obiettivo di vita o di morte. Nel 2011 il governo Monti ci salvò da un nuovo serissimo rischio di fallimento. Nel mezzo l’Italia, a parte l’Alta velocità, non è stata praticamente attraversata da alcuna seria riforma o innovazione, alcun serio tentativo di aggredire il problema alla fonte di tutto: il debito. E’ triste doverlo dire e vorremmo essere più ottimisti come ogni giorno ci suggerisce questo giornale. Ma sembra che il pachiderma Italia si smuova solo sotto la frusta dell’emergenza dell’Europa e dei mercati, passata la nottata si ricomincia come prima. In fondo è stato anche per il Conte 1. Ripensando a queste vicende viene da sorridere di fronte all’odierno dibattito sulla riforma del Mes. Ora come sempre, l’obiettivo sembra solo quello di togliere i denti a ogni iniziativa europea che ci obblighi a rientrare nei ranghi di un corretto percorso di bilancio. Nell’interesse nazionale, certo. In una logica di “pacchetto” certo. O per tornare a ricacciare il debito in fondo alla lista dei problemi?

Marco Cecchini

 


 

Al direttore - Nell’interessante articolo di Valerio Valentini dal titolo “appunti per vincere l’immobilismo italiano” del 25 novembre us pubblicato sul suo quotidiano, vengono riportate alcune dichiarazioni del prof. Giovanni Tria in merito alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). In particolare, il prof. Tria afferma che “tutti furono avvertiti che andavamo a fare un negoziato con effetti di medio e lungo periodo e non immediati” e alla precisazione del giornalista riguardante un’informativa all’Associazione bancaria italiana e al suo presidente Patuelli conferma che “Tutti erano informati”. L’Associazione bancaria ha seguìto e segue con grande attenzione il tema, fin dalla presentazione del 6 dicembre 2017 della proposta della Commissione europea di riforma della governance economica e finanziaria dell’area dell’euro, e, proprio in considerazione di ciò, aveva rappresentato le proprie valutazioni e i profili di attenzione con lettere inviate ai presidenti del Consiglio e ai ministri competenti in carica tempo per tempo. In particolare, il 18 aprile del 2018 l’Associazione bancaria inviò una articolata lettera all’allora ministro dell’Economia prof. Padoan e ugualmente l’11 giugno 2018 al prof. Tria, allora nuovo ministro dell’Economia, rappresentando le proprie valutazioni sull’intero progetto di riforma e quindi anche sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità e dando la disponibilità ad approfondimenti su tali temi in appositi incontri. A tali lettere e alle disponibilità di approfondimenti non fu dato alcun seguito da parte dei citati ministri né fummo coinvolti da altri.

Giovanni Sabatini, direttore generale Associazione bancaria italiana

Grazie della lettera. Restiamo ancora in attesa di capire solo una cosa, non proprio irrilevante: l’Associazione bancaria italiana, rispetto all’ottima riforma del Fondo salva stati, difenderà fino in fondo una riforma che aiuta le banche e si esimerà dal prendere in considerazione ipotesi che non sono presenti all’interno del negoziati? La scorsa settimana, il vostro bravo presidente, Patuelli, ha detto che se cambieranno le condizioni di sottoscrizione dei titoli di stato, con l’introduzione di clausole di azione collettiva a maggioranza unica e non doppia come oggi, “noi i titoli di stato non li compreremo più”. Da una parte ci sono i nazionalisti che usano la riforma del Mes per attaccare l’Europa, dall’altra ci sono persone responsabili che difendono un buon negoziato anche a costo di essere insultati dai nazionalisti. L’Associazione bancaria italiana non mi è ancora chiaro da che parte sta.

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