I tic anti industriali e le altre balle sullo scudo penale

Le lettere al direttore del 7 novembre 2019

Al direttore - Geniale: senza acciaio e a crescita zero sai poi che ci fai coi pieni poteri.
 

Giuseppe De Filippi

Lo scudo penale, come ha ricordato bene ieri Marco Bentivogli, non arriva però con ArcelorMittal. Lo scudo penale arriva nel 2015 e viene introdotto su richiesta dei commissari e non di ArcelorMittal. E in questo senso vedere una maggioranza che per nascondere la propria inadeguatezza demonizza l’investitore straniero accusandolo di non aver rispettato un patto che in realtà è lo stesso Parlamento italiano a non aver mantenuto, è uno spettacolo non molto diverso da quello che gli inglesi descriverebbero così: “The ox who says that the donkey has the horns”.


  

Al direttore - Caro Cerasa, la “politica” con l’avvento dei social network è molto cambiata. Osservando il profilo Twitter di quasi tutti i leader politici si nota che nei loro “tweet” non si limitano a pronunciare parole gradite a chi li segue ma accompagnano alle parole, atteggiamenti e foto che sono in grado di costruire consenso attorno alla propria persona: lusingano gli elettori, promettono vantaggi agli incerti, si mostrano ammirati e vicini ai cittadini, fanno promesse precise ma che all’apparenza non sembrano dispendiose, visitano ogni singola città adattandosi alle principali preoccupazioni dell’elettorato locale, inserendo ogni giorno nelle loro dichiarazioni priorità differenti. Cercano di screditare i propri avversari politici. Li attaccano nel modo più violento possibile, esasperando la comunicazione, focalizzandosi sui loro debiti, le amicizie dubbie, lo sperpero di denaro e tutti i vizi possibili. Nei loro confronti vengono ipotizzate “colpe” che, certamente, colpiscono l’immagine degli elettori. Dimenticando spesso che con i social “scripta manent” e che ciò che si scriveva qualche mese fa si può ritorcere contro in ogni momento.

Andrea Zirilli

 

In verità, social o non social, la storia ci insegna che i politici capaci di solito sono quelli che sanno mentire sapendo poi come smentire. In politica, spesso, come diceva Prezzolini, la coerenza tende a essere la virtù degli imbecilli.


 

Al direttore - Col senno di poi, la virulenta campagna che ha investito nei mesi scorsi il cosiddetto ddl Pillon di riforma dell’affido condiviso, su cui è intervenuta di recente su queste colonne Eugenia Roccella, di democratico ha avuto ben poco. E molto invece di ideologico. Il disegno di legge in questione si ispirava a quattro criteri; il primo prevedeva la figura del “mediatore familiare”, il cui intervento era previsto obbligatoriamente quando fossero stati coinvolti figli minorenni. Gli altri tre riguardavano l’equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari, il mantenimento in forma diretta senza automatismi e il contrasto dell’alienazione genitoriale. Per quanto riguarda in particolare il secondo criterio, quello della cosiddetta bigenitorialità perfetta su cui maggiormente si è scatenata la protesta, risulta piuttosto stravagante la critica di chi ha accusato il ddl Pillon di essere portatore di una visione addirittura gender-friendly (sic!). Che nei confronti di uno come Pillon, che è stato tra i promotori del Family day, è come dire che Berlusconi è comunista. Non scherziamo. Il punto dolente secondo tale critica starebbe nella filosofia soggiacente all’istituto della bigenitorialità perfetta, che prevede che i figli di genitori separati trascorrano un tempo uguale con la madre e con il padre. Ciò che comporterebbe l’affermazione della non differenza e della interscambiabilità tra figura paterna e figura materna, come vuole appunto la teoria gender. Detto altrimenti: pretendere che un figlio stia un tempo uguale con entrambi i genitori comporta ipso facto affermare che tra padre e madre non c’è differenza. Ora, anche a voler tralasciare il non banale dettaglio che per smontare un simile assunto basterebbe cambiare le percentuali prevedendo, chessò, il 60 per cento del tempo con un coniuge e il restante 40 per cento con l’altro, ciò che ai sostenitori di siffatta tesi sembra sfuggire è la valenza qualitativa della bigenitorialità perfetta, l’affermazione cioè che la figura paterna per un figlio, e questo vale a prescindere se i genitori si siano separati o no, è importante tanto quanto quella materna, ciò che rappresenta un dato di fatto indisponibile a qualsivoglia critica. Se al contrario un figlio passa la maggior parte del tempo con un genitore, è di tutta evidenza che quel genitore, madre o padre non fa differenza, diventerà il suo punto di riferimento a discapito dell’altro. Stabilire un tempo paritetico appare dunque una soluzione equilibrata, testimoniata per altro da numerosi studi internazionali, e ferma restando e anzi riaffermando la diversità di ruolo tra padre e madre, che c’è ed è sacrosanta, ma nel contesto di una perfetta parità quanto a importanza nel processo di crescita dei figli. E questo con buona pace della cultura sessantottina che da mezzo secolo a questa parte ha fatto strame della figura paterna riducendo il padre a suppellettile affettivo o, nel migliore dei casi, ad “amico” dei figli. Oggi quando marito e moglie si separano i figli vengono affidati nella stragrande maggioranza dei casi alla madre (il che ci sta se molto piccoli, molto meno se già grandi) mentre al marito – che nel frattempo ha dovuto lasciare la casa e corrispondere alla moglie un assegno – viene concesso di vederli qualche giorno al mese, se gli va bene. Con l’aggravante, fenomeno che è già diventato un’emergenza sociale, che tanti, troppi mariti e padri si ritrovano sul lastrico e costretti a mendicare un letto o un pasto caldo. E’ giusto? Poi, certo, ci sono le eccezioni. Che però come tutte le eccezioni confermano la regola, che va cambiata. Il merito principale del ddl Pillon resta quello di aver voluto sottrarre quanto più possibile ai tribunali il potere di decidere del futuro dei figli prevedendo, con l’introduzione del “mediatore familiare”, che i genitori quando si verificano situazioni di crisi tali da poter sfociare in separazioni e divorzi, quanto meno provino a trovare un accordo. Se è vero, come è vero, che i figli soffrono a causa dei conflitti e delle separazioni dei genitori, è di sesquipedale evidenza che è dai genitori che bisogna partire. Rimettere al centro la famiglia garantendo ai figli il sacrosanto diritto di stare in egual misura con entrambi i genitori, superando in tal modo schemi e logiche del passato che hanno nei fatti generato situazioni ben peggiori di quelle che si volevano sanare, era e resta una priorità.

Luca Del Pozzo

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