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Totti e i barbari che non si romanizzano. Tre guai del nuovo Pd

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 18 giugno 2019

18 Giugno 2019 alle 06:00

Al direttore - Sul “romanizzare i barbari” chiedete a Totti.

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Caro Cerasa. Fai notare che su varie importanti issues Pd e Lega si sono involontariamente incrociate. Ma su Europa e conti pubblici sono infinitamente distanti. E se il Pd proponesse di cancellare il reddito di cittadinanza (e congelare quota 100) per far quadrare la manovra 2019?

Umberto Minopoli


Al direttore - Intanto il centrodestra si aggiudica anche Cagliari e Sassari. La riprova che il bipolarismo mette fuori gioco i 5s. Ma le nostre teste d’uovo bramavano che i 5s facessero scomparire il centrodestra. Gli strascichi di vent’anni di feroce antiberlusconismo. Le stesse teste d’uovo che hanno lucrato dal ’47 sull’antifascismo. Certo, la nostra classe d’intellettuali illuminati, appare alla frutta. Ma vi rendete conto che sono loro ad aver creato le condizioni che impediscono l’unità della sinistra?

Moreno Lupi

Vedremo a Cagliari cosa accadrà ma intanto una cosa si può dire sulla nuova sinistra a trazione zingarettiana. Fino a oggi, giustamente, il segretario del Pd ha cercato in tutti i modi di far capire che la vera discontinuità del suo partito, rispetto al passato, riguarda l’unità: un tempo eravamo divisi, oggi siamo uniti. Le liste alle europee a questo sono servite: inclusione, inclusione, inclusione. Oggi però la nuova segreteria del Pd offre ulteriori elementi di riflessione che sembrano indicare il tentativo di mettere in campo un altro tipo di discontinuità. Le segreterie dei partiti, si sa, valgono quello che valgono, e di solito valgono poco, e ciò che conta sono i messaggi che vogliono veicolare. E se i messaggi contano qualcosa nella nuova e simpatica segreteria del Pd non si può non notare che (a) il responsabile delle riforme, Andrea Giorgis, allievo molto stimato di Gustavo Zagrebelsky, ha fatto campagna per il No al referendum costituzionale nel 2016; che (b) la responsabile al welfare, Marialuisa Gnecchi, è un’allieva di Cesare Damiano e non è contraria né a quota cento né al reddito di cittadinanza; e che (c) il responsabile del Lavoro, Giuseppe Provenzano, sincero estimatore di Corbyn, è stato, come tutti coloro che due anni fa scelsero di uscire dal Pd, un nemico del Jobs Act. L’unione, specie quando si sta all’opposizione, fa certamente la forza, ma passare da un’unione con la u minuscola a un’Unione con la U maiuscola è un attimo. E dare l’impressione di voler fare quello che il segretario dice di non voler fare, cancellare una stagione di riformismo, è un rischio che un partito d’opposizione forse non può permettersi di correre.


  

Al direttore - Come sempre, Giuliano Ferrara coglie nel segno sfruculiando i sacerdoti della terzietà, i cultori dello “spirito santo laico e repubblicano” dove l’“interferenza” – ma guarda un po’ – prende “le sembianze dell’avversario del momento”. Ora tocca a Lotti, scrive, et pour cause. C’è però un quid novi in quanto accaduto: abituati allo schema classico del conflitto tra politica e magistratura, ha colto di sorpresa la rottura dell’equilibrio interno di governo dei magistrati (rectius: delle relative correnti). Il rischio è che l’inopinato (in quanto ipocrita) sputtanamento di tale equilibrio, piuttosto che “costringere” politica e magistratura a correggerne le distorsioni, l’una e l’altra contenendosi entro le proprie prerogative, fornisca a quest’ultima l’occasione perfetta per svincolarsi, e definitivamente, non tanto da ogni forma di influenza del potere politico inteso come interferenza gestionale, quanto da ogni (ancora) residuale onere di soggezione al potere normativo stesso.

Gaetano Tursi

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