cerca

La Tav, le grandi opere, le sciocchezze alla Toninelli. Che ne sarà del Pd?

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 5 febbraio 2019

5 Febbraio 2019 alle 06:00

Al direttore - #vaaLioneday.

Giuseppe De Filippi


  

Al direttore - Le ferrovie creano esternalità positive, suscitando attività nei luoghi serviti dai loro mezzi. Nei tempi lunghi, il paper di Peter Dizikes, economista del Mit, dimostra gli effetti che le ferrovie indiane ebbero sulle differenze di sviluppo tra aree servite e aree non servite. In tempi recenti, ci sono casi in cui le ferrovie stesse riescono a internalizzare le esternalità: sul Big Read del Ft del 28 gennaio si legge che alcune ferrovie giapponesi sono ormai tali solo di nome, un terzo dei loro ricavi venendo dallo sviluppo immobiliare e fondiario, un terzo dai servizi, negozi e alberghi, che forniscono ai passeggeri. A casa nostra, nessuno aveva previsto la dimensione delle esternalità che l’alta velocità ha avuto sui valori dei beni e sullo sviluppo delle attività del paese. Valutare compiutamente le esternalità è atto squisitamente politico: riguarda quale futuro si indica per il paese, e dipende da come si vuole che si sviluppi. Ma è anche, in limiti diversi, imprescindibilmente un fatto tecnico. E’ questo che in primo luogo siamo ora curiosi di conoscere: quali e quante esternalità positive siano state considerate dalla commissione costi-benefici della Tav. Con l’occasione siamo anche interessati a verificare che non siano state considerate le variazioni di entrate per accise o per pedaggi, che sono solo spostamenti di flussi finanziari senza effetto su costi e benefici.

Franco Debenedetti

 

L’unica alta velocità sdoganata dal grillismo, per ora, è quella che collega l’Italia di Balconaro e Cialtronaro con il Venezuela di Maduro.

 


  

Al direttore - Le sciocchezze si susseguono in ogni occasione con lo stesso incipit di sempre evitando di informarsi su cosa accade e perché accade. Il casino sulla A22, l’autostrada del Brennero, ha evocato dal più pittoresco ministro di questo governo, Danilo Toninelli, il solito mantra, “la concessione è scaduta nazionalizziamo la gestione”. Ma come bisogna spiegare a questi signori che prima di parlare bisognerebbe conoscere e prima di decidere bisognerebbe pensare? Il ministro Toninelli ad esempio non sa che lo stato, alias il concedente degli assi autostradali, è socio di minoranza dei concessionari autostradali al 35 per cento tanto che incassa dall’intero comparto 2,3 miliardi di euro a fronte di ricavi per 5,9 miliardi (ricavi derivanti da Iva sul pedaggio, oneri di concessioni e sovrapprezzo pedaggio). Di questi 2,3 miliardi di ricavi incassati dallo stato 1,3 sono stati versati dal Gruppo Aspi a fronte di 3,6 miliardi di ricavi. Ma c’è di più! Lo stato non è solo un autorevole socio di minoranza sul piano economico di tutti i concessionari autostradali ma è anche il socio che ha una sostanziale golden share nella gestione delle imprese autostradali. Infatti non c’è decisione in chiave d’investimenti e manutenzione che non debba essere approvata dal ministero vigilante, e cioè proprio quello del ministro Toninelli. Si dà il caso che nella redazione dei piani finanziari annuali lo stato spesso lesina le autorizzazioni per investimenti ancorché migliorativi solo perché questi produrrebbero nel tempo un aumento di pedaggi, e come si sa il populismo vorrebbe che tutto funzionasse senza che nessuno pagasse. Ma Toninelli non conosce neanche il fatto che la struttura vigilante del ministero è sempre più scarsa di risorse e di personale come denunciò qualche anno fa in Parlamento un autorevole dirigente del ministero dei Lavori pubblici, l’architetto Coletta creando così difficoltà agli obblighi di controllo e sicurezza che lo stato dovrebbe avere. E continuando nell’ignoranza, Toninelli non ricorda uno degli errori che negli anni 60 fece la Dc quando evitò che la Salerno-Reggio Calabria fosse finanziata da pedaggio. Ci sono voluti 40 anni per costruirla mentre la Roma-Milano, con pedaggio, fu realizzata in appena 6 anni. Infine in un paese fortemente indebitato come il nostro,le uniche privatizzazioni decisamente utili sono quelle degli aeroporti, stazioni, autostrade e in genere delle grandi infrastrutture. L’utilità dello stato nel privatizzare le concessioni che peraltro non possono essere delocalizzabili, nasce dal fatto che incassa miliardi di euro senza essere costretto ad anticipare risorse che non ha per investimenti e manutenzioni e mantiene un controllo ferreo sulla sicurezza, sulla trasparenza, su tariffe e su pedaggi. Perché dopo i fatti dell’autostrada del Brennero Toninelli non si domanda se l’attuale stato infrastrutturale del paese sia adeguato o meno in particolare sul terreno della mobilità su ferro, su gomma sul mare e nell’aria e se finanche lui stesso, senza offesa, sia adeguato a parlare di tutto ciò? Questa sarebbe la politica ma essa è pressoché sconosciuta di questi tempi.

Paolo Cirino Pomicino

 


 

Al direttore - Calenda ha chiarito la sua proposta: una coalizione tra partiti, gruppi e personalità che si riconoscono in “Siamo europei”, il manifesto sottoscritto da oltre 120.000 elettori. Una lista alternativa ai due populismi e che fa perno, esplicitamente, ad un fronte comune in Europa con liberali, Verdi, popolari e socialisti contro sovranisti e populisti. Come si fa a non essere d’accordo? E’ una proposta chiara, netta, convincente. Non può che essere sottoscritta. Ovviamente la proposta trova fredde e resistenti le forze organizzate e i partiti. A cominciare dal Pd. Si vota col proporzionale e con le preferenze. Quindi i partiti resistono. Calenda ha buon gioco a rivelare la pochezza di questa resistenza. Anzitutto del Pd. Che dimostra così la verità dell’allarme sollevato dal duo Giachetti/Ascani nel congresso del Pd: la liquidazione del renzismo (il riformismo del 2013/2017) e dell’esperienza dei governi Pd è propedeutica al ritorno del Pd, in caso di vittoria di Zingaretti, alla pretesa di autosufficienza. E, al massimo, a una restaurazione del vecchio, fragile, evanescente e insufficiente “campo del centrosinistra”. Che è il Pd più la piccola sinistra estrema. Niente del disegno di Calenda. Niente della svolta “repubblicana” che egli, a ragione, chiede da tempo: l’allargamento e l’apertura dell’opposizione italiana, del Pd in primis, a tutte le famiglie politiche che in Europa fronteggiano il pericolo sovranista e il populismo di destra (Lega) e di sinistra (5 stelle). E qui c’è una contraddizione, purtroppo, di Calenda. Egli si mostra indifferente all’esito della battaglia sul segretario del Pd. Ma questo non ha senso. Non si può non schierarsi nel congresso Pd. Chi vince nel Pd è esiziale per il disegno di una nuova opposizione e di una alleanza repubblicana in Italia. Non si può non prendere atto che, se vince Zingaretti, il Pd è perduto, per sempre, all’evoluzione che Calenda propone. Non si può, caro Calenda, sostenere realisticamente che è importante far leva, nell’alleanza repubblicana di Siamo europei, sulla forza del Pd e disinteressarsi però di chi e quale orientamento guiderà il Pd dopo il 3 marzo. Se vince Zingaretti (Martina non si distingue da lui, non è né carne e né pesce) l’idea di una nuova forza di opposizione in Italia, oltre il Pd, e dal netto orientamento liberaldemocratico e europeista, è archiviata. E torna la Ditta. Insomma: prima delle liste europee c’è, il 3 marzo, il voto delle primarie (aperte a tutti) per il segretario del Pd. Zingaretti (e Martina) non hanno sfondato nel voto degli iscritti. Rappresentano solo il doroteismo conservativo degli apparati. Che non mobilita. E’ Giachetti la novità. Il voto di opinione, nelle primarie, sarà diverso dal voto degli iscritti. Nelle primarie i tre candidati partono alla pari. E Giachetti che rappresenta l’idea della affermazione del riformismo e di un Pd non restaurato, non appiattito sulla stanca e vetero riproposizione del fragile “campo di centrosinistra”, della chiusura intransigente al sovranismo ma anche al populismo di sinistra e ad ogni balletto con i Cinque Stelle, può vincere. E vince, per le regole delle Primarie, anche con una forte affermazione che impedisca l’elezione diretta del controriformista Zingaretti: l’unico vero candidato, a questo punto, oltre la novità Giachetti. E, dunque, il vero pericolo da battere. Calenda lo sa: il segretario del Pd è
 la condizione, si dovrebbe sapere, perché il Pd si apra all’alleanza repubblicana. Visto che ci offrono di votare su questo il 3 marzo, a tutti, ai liberali e riformisti non iscritti al Pd, perché non approfittarne? Ed esprimere un voto di resistenza riformista, liberaldemocratica, europeista alla restaurazione del Pd (e della vecchia sinistra) ante 2013? L’unico modo per sparigliare le carte, già scritte dalla vecchia e sorpassata burocrazia della vecchia sinistra, è far vincere Giachetti. Perché non tentare? Direi: che ci costa? Non farlo sarebbe uno spreco. Inutile e dannoso.


Umberto Minopoli

 


 

Al direttore - Questo governo sta riuscendo in un qualcosa di eccezionale: compattare intorno a un’idea di contro-populismo non élite e poteri forti, ma una classe medio-borghese fatta di imprenditori, commercianti, partite Iva, avvocati, medici, artigiani che nell’opposizione a questo governo sta trovando una quadra che definirei esistenziale. Un esempio plastico sono le tante piazze pro infrastrutture e pro-crescita nate spontaneamente; un esempio teorico sono le levate di scudi arrivate da ogni dove a questa manovra. E’ una legge di Bilancio che affonda le proprie radici in un compromesso di governo, quello tra l’ideologia manettara e populista del Movimento 5 stelle e un insieme di valori che potrei ascrivere al centrodestra, della Lega di Salvini. E con i compromessi non si governa, si naviga a vista. Sono stati messi da parte fondamentali economici e valoriali, cultura liberale e stato di diritto, merito e metodo, ragione ed educazione non solo politica ma anche umana. A questa alleanza, a questa deriva, mi sento di dover urlare ancora più forte quello che per me rappresenta una visione di paese, un’idea di paese che guarda al futuro con speranza, grinta e ottimismo. Voglio ribadire il nostro Sì alle infrastrutture e alle grandi opere (da quando Toninelli è ministro l’Italia sta pagando miliardi per opere già avviate e bloccate, 15 grandi aziende su 20 sono in stato di pre-fallimento, quasi mezzo milione di posti di lavori persi); il nostro Sì ai vaccini; il nostro Sì a meno burocrazia, meno tasse e meno statalismo; il nostro Sì a una libera concorrenza regolata. C’è un’Italia ottimista e operosa che non cede il passo alla distruttiva politica del No, le dobbiamo dare voce, le dobbiamo risposte, le dobbiamo il futuro. E’ il momento di cambiare rotta: non esistono crescita, lavoro, futuro e prosperità se l’immobilismo rappresenta l’unica forma di onestà individuata, se l’isolamento in Europa rappresenta il mantenimento di uno status quo ancorato a paura e sovranismo. Vivono nella falsa convinzione (come la definirebbe Azimov) che “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza” e a questa deriva dell’uno vale uno che falsa realtà, sacrifici e preparazione dobbiamo non anteporre, ma imporre una capacità pratica di buon governo dello stato e del territorio, perché non sono più i tempi di teorie e piedistalli, ma di chilometri da percorre con voglia e umiltà per riconquistare consenso e credibilità, lontani dall’aria condizionata dei palazzi di Bruxelles, vicini alle esigenze dei cittadini che ci chiedono uno sforzo per interpretare l’oggi politico. Arriverà il nostro tempo, tornerà il nostro momento: dobbiamo farci trovare pronti.

Alessandro Cattaneo, deputato di FI

 


 

Al direttore - Noi dell’Anm (Associazione nostalgia maggioritario) ancora mandiamo a memoria le analisi del professor Panebianco per ripeterle nei parchi pubblici. Proprio ieri, nei giardini Montanelli della capitale morale, abbiamo messo in scena “Un triste destino”, dal Corriere di ieri. Purtroppo uno zelante spettatore proporzionalista ha interrotto gli applausi finali chiedendo a gran voce: ma il nuovo partito neocentrista di cui parla Panebianco, di fuoriusciti di destra e sinistra, di sopra e di sotto, poi con chi si allea per formare il governo? Noi lo abbiamo redarguito agilmente, spiegandogli che l’arte è arte e pone domande, mica dà risposte. Però uscendo dai giardini Montanelli la domanda capziosa continuava a ronzarci nella testa: Già, direttore, con chi si allea?

Antonio Funiciello

Il punto è tutto lì. Il Pd fa bene a non parlare di alleanze future, perché è presto, perché non ha senso, perché M5s e Lega sono due partiti pericolosi. Ma in prospettiva una scelta andrà fatta. E la scelta giusta è quella fatta in Germania dai principali partiti di governo e credo che sia anche la scelta suggerita da Panebianco: per quanti voti possano prendere, i partiti che minacciano la democrazia rappresentativa non sono partiti compatibili con la nostra identità. Il resto poi verrà da sé.

 


 

Al direttore - Domenica 3 febbraio a pagina 7, taglio basso, tutto molto chiaro, sul Corriere della Sera scrive una lettera Matteo Renzi. Scrive di cose che sappiamo evidenti, che conosciamo vere. Il nostro governo, il suo governo e quello di Gentiloni, avevano in mano il bandolo virtuoso della ripresa stabile, continua, presidiata e incentivata. Stavamo andando in altra direzione quando attraversando un guado siamo caduti. Siamo caduti rovinosamente due volte a distanza di relativamente poco l’una dall’altra. Un disastro ora siede al governo. Ma quello che è più grave è che non conosciamo più, passando, chi abiti le strade del nostro borgo quotidiano. Pochi angoli, pochi gli anfratti, disincantati e ottusi i commenti raccolti al volo. Ieri in Piazza Santa Croce c’era un bel po’ di gente che sfilava sotto una pioggia insistente ricordando il dovere di soccorso in mare, la vergogna per un paese le cui pratiche siano maledette. Non eravamo, noi che indossavamo un fazzoletto rosso, un pullover, uno scialle, un ombrello, aderenti ad una formazione di cui si possa dire. Eravamo svincolati, sparpagliati intorno a due megafoni e ad un paio di bandiere della Cgil, una di Lega ambiente e una dei verdi. Loro là ci sono. C’era anche Massimo Gramigni che come al solito cercava di dare una mano. Tutti eravamo molto distanti da quel che vorremmo che fosse. Tutti vorremmo rovesciare questo governo, tutti sentiamo il disagio profondo nel vedersi e sentirsi rappresentati da ministri con la felpa, con la faccia di bronzo, con il cuore di pietra e la bava alla bocca. No, non nel mio nome. Lo ha appena ripetuto Andrea Camilleri. A noi così non ci va e voi governanti non parlate per noi. L’Italia è un grande paese civile che sta rischiando sia il grande che il civile. E’ ora di farsi sentire e di farsi vedere. Non credo che il fatto che i nostri numeri – quando al governo c’eravamo noi, gli antipatici – fossero di segno contrario possa bastare. Del bene che fu frega niente a nessuno. E’ la disperazione di ieri, sotto l’acqua che scroscia, col megafono fioco, che può cucire lo strappo ? Chi sa! 
Loro non devono passare e no pasaran. Speriamo. Lo dico per voi, che ieri non ho visto.



Guelfo Guelfi

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi