cerca

Azionisti e risparmiatori. Ci scrive Tremonti. Ci risponde Ceresani

Le lettere del 27 dicembre al direttore Claudio Cerasa

27 Dicembre 2018 alle 06:05

Azionisti e risparmiatori. Ci scrive Tremonti. Ci risponde Ceresani

Giulio Tremonti (foto LaPresse)

Al direttore - Ho letto che qualche giorno fa l’associazione piccoli azionisti di Banca Carige ha inoltrato due lettere al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al premier Giuseppe Conte “per rivolgere un appello a intervenire nella complessa vicenda di Banca Carige onde evitare gravi danni per il futuro della Banca, azionisti tutti, territori ove opera, dipendenti e clienti”. Interessante. Ma, direttore, mi spieghi: che cosa significa esattamente intervenire?

Luca Meffi

 

Non significa nulla e anzi significa qualcosa: significa che l’incapacità del nostro paese a masticare le nozioni elementari di finanza non ci ha ancora fatto capire in modo immediato che un azionista non è un semplice risparmiatore ma è una persona che ha investito soldi in alcune azioni sperando di guadagnarci di più ma sapendo di andare incontro a un rischio. Uno stato che tutela il risparmio è uno stato saggio. Ma uno stato che, per far fronte a una possibile emergenza mediatica, spaccia un’azione come se fosse risparmio è uno stato che semplicemente si sta prendendo gioco di tutti coloro che lontano da riflettori ogni giorno rischiano i propri soldi senza paracadute. Facciamo nostro dunque il piccolo appello fatto su twitter da Alberto Bisin: caro presidente Mattarella, glielo dice lei agli azionisti della Carige che gli azionisti questo fanno, perdono soldi quando l’azienda fallisce e li guadagnano quando l’azienda fa profitti? Grazie.


     

Al direttore - Ho letto con interesse l’articolo di David Carretta pubblicato sabato sul suo giornale sotto il titolo “Babbo Natale Juncker”. Nell’articolo è scritto tra l’altro quanto segue: “…In quell’occasione due personaggi giocarono un ruolo centrale per il condono nei confronti di Berlino e Parigi: Giulio Tremonti, che aveva la presidenza di turno dell’Ecofin (e visti i conti italiani aveva interesse a creare un precedente), e Jean-Claude Juncker, che con i pochi voti del suo piccolo Lussemburgo fu decisivo tra i ministri delle Finanze nel bocciare le sanzioni…”. Al riguardo mi permetto di notare: (a) il “Trattato” prevedeva tanto la “procedura” quanto le “sanzioni”. E le sanzioni comunque come “extrema ratio”. Ferma la “procedura”, l’applicazione delle sanzioni presupponeva (presuppone) comunque la intenzionale deviazione dai parametri, deviazione non effetto di cause economiche ma di specifiche scelte politiche. Nel caso della Germania (e della Francia) la deviazione aveva cause economiche in nessun modo configurandosi come effetto di scelte politiche. Su questa linea, ferma la “procedura, la Presidenza italiana propose la non applicazione delle sanzioni. Seguì una votazione a larghissima maggioranza favorevole alla proposta italiana. La Corte europea confermò i principi e i presupposti di quella votazione. Solo su un punto di metodo rilevò una irregolarità procedurale (scusabile io credo perché il voto sul punto specifico fu all’alba); (b) pochi mesi dopo la presidenza della Commissione europea arrivò fino a definire “stupido” il patto del quale aveva per suo conto appena preteso una applicazione illegittima, lasciando in questi termini indeterminato il confine tra ciò che era illegittimo e ciò che era stupido. Per chi avesse letto un libro di storia ed oggi è nuova e vasta la letteratura in materia irrogare sanzioni stupide alla Germania non è particolarmente intelligente. Tanto cordialmente,

Giulio Tremonti


 

Al direttore - Vito Mancuso, in un articolo pubblicato sul suo giornale, chiama in causa il mio libro, Kerygma, con riferimento al dramma della Shoah, lasciando intendere che sostenga la tesi della “punizione divina” laddove con una domanda retorica afferma: “Hitler quindi fu uno strumento della pedagogia divina?”. Sul punto è doveroso precisare che questa ricostruzione, forse perché fondata su una breve e parziale citazione del libro, è del tutto erronea, perché in esso non vi è proprio alcuna rappresentazione di un Dio violento e vendicativo, nessuna “macabra teologia della storia”, né tantomeno ammiccamenti ad approcci teologici antigiudaici o antisemiti, che vengono invece apertamente condannati. Per dimostrarlo non posso che citare, a beneficio del lettore, alcuni brani del libro, cominciando con lo sgombrare subito l’equivoco sulla natura profonda di Dio, che è amore puro, come spiego senza tentennamenti a p.79, laddove affermo che “una cosa, infatti, deve essere ben chiara: non è stato certo il Padre nostro che è nei cieli a punire gli ebrei. Dio è soltanto Amore. Amore fedele, eterno e irrevocabile. Dio non punisce. Dio perdona, accoglie, abbraccia, consola, sempre e amorevolmente, chi a Lui si rivolge con cuore sincero. Quando scuote, non ferisce, e quando pota gli alberi è solo affinché diano più frutto (…).” La tesi del libro, invero più sofisticata, attiene piuttosto all’operare del Mysterium Iniquitatis nel corso di tutta storia, operare che coinvolge le vicissitudini di tutte e tre le religioni abramitiche. La mia citazione circa il “peccato originale” del popolo di Abramo viene del resto riportata in modo non corretto, omettendo di dire che in quel preciso passaggio del libro faccio riferimento al “peccato originale” accostandolo però, dettaglio essenziale, al “peccato all’origine del male che ancora oggi infuria tra i popoli nel mondo” (p. 80). Tutto il libro s’incentra sull’assunto in base al quale dove la Parola e la Croce di Cristo vengono rifiutate, rinnegate o mistificate, s’insinua l’opera devastatrice del “principe di questo mondo”, il Maligno. Questo vale per gli ebrei, per i cristiani e per i tutti popoli della terra, perché, come affermò S. Pietro dinanzi al Sinedrio, non vi è altro “nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati”(Atti 4, 12). Ma tale mia legittima convinzione non attenua minimamente le responsabilità di coloro che, proprio rinnegando l’Amore di Cristo e sfregiandone il volto riflesso nelle sofferenze del “popolo eletto”, hanno messo in atto l’immane tragedia della Shoah, durante la quale il buon Dio, lungi dal rimanere assiso con lo sguardo severo sullo scranno del Giudizio, era lì, sofferente dinanzi alle grida di quegli innocenti: a pag. 86, affermo, infatti, che “chi, non solo tra i sopravvissuti allo sterminio, si è domandato dove fossero Dio e la Provvidenza divina quando i vagoni nazisti carichi di anime innocenti varcavano i cancelli di Auschwitz, non può trovare altra risposta. Il male estremo era lì, a compiere una mattanza del popolo che Dio predilesse sin dall’origine per rendergli testimonianza, e il Signore, probabilmente, piangeva, così come pianse Gesù allorquando presagì la triste sorte di Gerusalemme”. Altro che punizione! Dio non ha mai smesso, né mai smetterà, di tendere il Suo amorevole e misericordioso abbraccio ad Israele e al popolo eletto che è e rimarrà per sempre tale. In Kerygma, dunque, sia chiaro, non c’è nessuna eco di teorie giustificazioniste antiebraiche, bensì, al contrario, un accorato appello contro le nuove e perniciose forme di antisemitismo che riaffiorano nei nostri giorni, a partire da quelle di matrice islamico-fondamentalista (pp 90-92). E questo appello trae la sua forza proprio dall’analisi storica condotta nel libro, nel quale ampio spazio è dato proprio a ciò che evoca Mancuso, ossia alla ricostruzione di come si sia potuti passare dalle forme di antigiudaismo presenti nella tradizione cristiana alla follia dell’antisemitismo di matrice razzista professato dal nazismo. In questo contesto, condanno senza esitazioni tutte le elaborazioni, teologiche ed ideologiche, che hanno condotto a quell’evento terribile in cui “si è compiuta la somma ingiustizia: un popolo indifeso e senza patria, saccheggiato e massacrato nel cuore dell’Occidente cristiano”(p. 85), sottolineando come le forme di antigiudaismo passate e presenti che affondano le radici in teorie più o meno giustificazioniste siano state giustamente sepolte dalla Chiesa post-conciliare, che ha chiarito, una volta per tutte, come non rimanga “alcuno spazio per la responsabilità degli ebrei di aver crocefisso il Redentore, né per non aver accolto il Suo Vangelo” (p.71). E tuttavia, dinanzi ad un evento terrificante e irriducibile a qualsiasi altro accadimento della storia umana come la Shoah, non smetto di interrogarmi, domandandomi il perché le sofferenze e le tribolazioni che hanno accompagnato la storia del popolo ebraico, al pari della distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme, della diaspora degli ebrei tra le nazioni e dell’affermazione del Vangelo tra i Gentili, siano eventi predetti nelle profezie bibliche. Questo è l’enigmatico quesito cui cerco di dare una risposta, ben consapevole “di come anche una tale semplice constatazione possa essere fraintesa, nel senso di volere tramite essa in qualche modo legittimare una visione escatologica della persecuzione degli ebrei incentrata sulla “vendetta divina”: una concezione, questa, giustamente esecrata dalla maggioranza dei teologi e degli intellettuali (…) e, soprattutto, estranea alla stessa dottrina della Chiesa, la quale, correttamente, riconosce il sacro vincolo di fratellanza con cui il popolo della Nuova Alleanza è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo” (p. 70). Insomma, mi pare evidente che quello sforzo di praticare una “ecologia” della mente e della Bibbia cristiana, auspicato da Mancuso, sia parte dello sforzo di discernimento delle verità rivelate di cui il tratta il mio libro. Libro che lungi dal rifuggire dalle complessità della storia, cerca piuttosto di rileggerla in una chiave inedita, che con riguardo alla Shoah è riassumibile nell’affermazione che una tragedia immane come questa non sia spiegabile sino in fondo facendo ricorso solo a categorie storiche, bensì occorra rifarsi alle categorie del trascendente, che ci svelano la terribile azione del Maligno nella storia. In questa prospettiva “Adolf Hitler e tutto il suo seguito, con il suo feroce antisemitismo di natura pagana capace di fomentare un’inspiegabile isteria distruttiva di massa, ha incarnato alla perfezione lo “spirito dell’Anticristo”, perché “mentre tentava di affermare, attraverso la “Chiesa del Reich”, l’identità tra popolo, regime e fede, negava nelle sue fondamenta l’essenza stessa del Cristianesimo” (p.84). Hitler è stato uno dei tanti agenti del Demonio apparsi nella storia – si, quel personaggio che non si può più nominare se non si vuole essere dipinti come oscurantisti medievali - che forse non casualmente si è scagliato con inedita virulenza proprio contro il popolo che Dio ha sin dal principio scelto per manifestarsi al mondo, per tentare così di recidere le radici sante dell’albero sul quale poggiano le tre grandi religioni rivelate. Mi rendo conto che per alcuni questa possa sembrare una visione stravagante. Ma invito Mancuso a leggere Kerygma. Vi troverà anche una risposta alla domanda che egli fa circa le ragioni teologiche dei milioni di martiri cristiani che ha partorito la storia. E’ il mistero del male nel mondo, che cerco di indagare, persuaso del fatto che solo Cristo “ha vinto il mondo”.

Cristiano Ceresani

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi