cerca

Cercasi un Pdr, un Partito della ragione. Tecnologia e corpi intermedi

Le lettere del 14 settembre al direttore Claudio Cerasa

14 Settembre 2018 alle 06:00

Al direttore - La prova del cuoco peggio della prova del porto.

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Ho letto con attenzione il contributo di Franco Debenedetti su queste pagine, “I 20 anni che cambiarono il mondo” e per brevità mi asterrò dal commentare punto su punto sia le cose su cui sono in accordo sia quelle su cui sono in disaccordo. Mi limito a osservare alcune caratteristiche che differenziano questi intermediari immateriali di mercati a due versanti dalle aziende che tradizionalmente operano nella dimensione materiale. In primo luogo, i dati, a differenza delle cose, sono beni non rivali e solo parzialmente escludibili, come anche affermato di recente da Varian, chief economist di Google. Questo implicherebbe che, per rispettare la privacy degli utenti, i dati da essi ceduti siano gestiti centralmente da una azienda che ne escluda l’accesso agli altri, giustificando così un modello centralizzato attorno a un grande polo. Credo che Debenedetti concorderà con me che la concorrenza sia un bene da tutelare, con la possibilità di emersione di nuovi concorrenti. Facendo un passo indietro, ricordo che quando furono fatte le regole per internet si normarono molti aspetti ma non quelli proconcorrenziali, ritenendo che la concorrenza fosse “un clic away” e indubbiamente così è stato in una primissima fase (che ricordo bene, avendo contribuito a costruirla) quando i modelli di business e le tecniche di possibile monetizzazione non erano chiare. Quando, attorno al 2000, si sono chiarite, è stata altrettanto evidente l’importanza dell’effetto rete e del lock-in, ovvero dei fattori di crescita esponenziale e di limitazione della contendibilità degli utenti e dei clienti, come argomento in dettaglio nel mio libro “Costruire il Domani”. Non è infrequente il caso di “lievi” infrazioni a norme finora “meno” rilevanti in termini sanzionatori quali il codice del consumo, il codice della privacy, le norme sul copyright, ecc. Queste violazioni, che richiedono anni per essere appurate, hanno talvolta consentito di alimentare una tumultuosa crescita della base di utenti di servizi con un forte lock-in, fino a giungere a sostanziali monopoli per un verticale di mercato. La contendibilità di utenti e clienti è fondamentale per la concorrenza, oggi nel caso di molti intermediari (al di là dei citati Faang) è ridotta anche in virtù delle considerazioni di Varian. Quando la politica decise di aprire alla concorrenza i monopoli telefonici, fissò due princìpi essenziali: la portabilità del numero e l’interoperabilità delle reti. Se un utente non può disporre del proprio numero, difficilmente cambierà operatore rischiando di interrompere le sue relazioni. Se si sposta a un operatore da cui non può comunicare con gli utenti degli altri, non si sposterà mai. Le normative attuali prevedono la portabilità dei dati tra operatori online solamente come elemento della regolamentazione privacy Gdpr. A oggi nessun provvedimento fissa la interoperabilità tra servizi, in modo da consentire una efficace concorrenza grazie alla mobilità degli utenti. Chi primo è arrivato (magari violando qualche norma), meglio alloggia. L’effetto è che oggi la concorrenza è per il mercato e non nel mercato e chi conquista il mercato a livello mondiale, a meno di grossolani errori, è sostanzialmente inattaccabile. E’ stata la tecnologia, con le centrali elettroniche, ad abilitare la portabilità del numero telefonico e l’interoperabilità tra operatori telefonici. Oggi la tecnologia, con strumenti quali crittografia e Ipfs, consente di rendere i dati rivali ed escludibili, negando il presupposto di Varian e quindi consentendo di porre i dati nelle mani degli utenti che possono migrare da un operatore all’altro e che consentirebbero agli operatori di interoperare, aprendo la concorrenza nel mercato verticale. Condivido che sarebbe errato pensare di smembrare Google o Facebook, si otterrebbero vari monopoli di segmenti di mercato, senza abilitare la concorrenza. C’è un altro problema di cui fornisco solo un breve accenno che è quello della trasparenza e della parità di condizioni nei mercati che dipendono dagli intermediari. Un amico ha provato a concorrere a un’asta per una pubblicità di una stanza d’albergo dal prezzo di 65 euro a notte. Ha rilanciato sino a 60 euro di costo dell’inserzione, essendo regolarmente battuto da Booking che è andata anche oltre. Cosa che ovviamente non pare avere alcun senso commerciale. Booking è uno dei principali clienti dell’intermediario in questione. Può esservi il sospetto che Booking abbia delle condizioni particolari con quell’intermediario per cui ottenga delle riduzioni sulle tariffe delle aste vinte? La distorsione sarebbe sul mercato alberghiero, che dipende in larga misura da questo intermediario. Tralascio gli aspetti politici, di finanza pubblica, di pluralismo, ecc. che ho trattato su queste pagine tempo fa con il mio contributo “Intermediati digitali, unitevi!”, cui rimando, e concludo con una annotazione più di politica della concorrenza: negli Stati Uniti oggi prevale l’idea, abbastanza contrastante a quella delle origini di Sherman e Brandeis, che il bene del consumatore nel medio-breve periodo sia il valore da massimizzare mentre in Europa pare siamo più inclini a ritenere che la concorrenza sia lo strumento per assicurare il benessere del consumatore e del mercato a lungo termine. Personalmente ritengo che la concorrenza sia un bene in sé e sia il valore da massimizzare in una prospettiva di eventuale rivisitazione politica dell’Antitrust.

Stefano Quintarelli


  

Al direttore - Si può far finta di niente. La battaglia su Orbán, non solo per le sue posizioni sull’immigrazione, ma per le scelte fatte sull’autonomia della magistratura, sulla libertà di stampa, sugli eccessi di un familismo affaristico ha avuto inequivocabili contenuti liberali ed europeisti. Per un soggetto politico come Forza Italia era un’occasione per schierarsi insieme a una larga parte del Partito popolare europeo che anzi ha dato il meglio di se stesso emarginando le velleità di chi voleva “romanizzare i barbari”. Forza Italia, invece, ha votato per Orbán insieme a Salvini, rendendo debolissima tutta la sua posizione complessiva. O Forza Italia dà voce a tutti gli autentici liberali, moderati, europeisti che non si riconoscono nel sovranismo, nel razzismo, nelle varie versioni del populismo, oppure la sua resistenza all’ipotesi del “partito unico” è destinata ad affievolirsi sempre di più o il partito unico si farà nella sostanza. Lasciamo perdere quello che leggiamo sui giornali a proposito della presidenza della Rai, del voto in Abruzzo di Forza Italia per Bellachioma e di altre cose tutte da verificare. Non possiamo però fare a meno di rilevare che ieri è stata giocata una partita assai importante è che Forza Italia si è schierata non solo dalla parte sbagliata ma ha fatto la scelta che le fa più danno.

Fabrizio Cicchitto

 

Prima o poi capiremo tutti che in Italia c’è uno spazio grande così per un partito capace di raccogliere gli anti sovranisti e se Forza Italia e il Pd non si daranno da fare quello spazio prima o poi verrà occupato da qualcun altro. E se nessuno lo farà, prima o poi sarà Salvini a presidiarlo prima degli altri. A.A.A. Cercasi disperatamente un Partito della ragione.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Carletto48

    14 Settembre 2018 - 15:03

    Al Direttore liberista, Con la globalizzazione e la conseguente micidiale concorrenza dobbiamo lavorare di più per poter produrre di più servizi e beni a minor costo; quindi incasseremo, a parità di clientela, molto meno e quindi dovremo lavorare ancora di più. Ma questo già lo fanno i cinesi da millenni e non c’è battaglia.

    Report

    Rispondi

Servizi