Il dovere morale di ribellarsi contro i dioscuri dell’estremismo

Al direttore - Toninelli contro D’Alema, poi dice che uno compra i popcorn.

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - Caro Cerasa, come Lei ben ricorda, Palmiro Togliatti riteneva che anche sui movimenti politici avversari andava praticata “l’analisi differenziata”. Purtroppo egli non applicò mai questo tipo di analisi sull’Urss ma questo è un altro paio di maniche. Facciamo però un esercizio di analisi differenziata sui due dioscuri, Salvini e Di Maio. E’ indubbio che Di Maio (e con lui il presidente Conte) soffre molto Salvini e non per ragioni banali. Qualche giorno fa la figlia di Almirante ha detto: “Salvini assomiglia molto a mio padre”. Errore grave. Nella sua giovinezza Almirante ha combattuto nella Rsi, nella maturità è stato un grande leader della Prima Repubblica. Oratore insieme affascinante e sofisticato, un ragionatore consequenziale capace di alternare il fioretto e la sciabola. Quindi non facciamo equiparazioni sbagliate. Salvini però, anche se li esprime nel modo più rozzo possibile, ha la forza di ben due retroterra storico-politici: per un verso “leninismo puro” (definizione di Minniti che si intende della materia), con una identificazione totale fra il leader, il partito e lo stato, addirittura nella sua versione di ministro dell’Interno con tutto quello che ne deriva. Ma ciò si intreccia con il mussolinismo mediatico. Lenin non concedeva nulla alla platea, Mussolini invece quasi tutto. Ecco perché il Salvini di Milano Marittima in costume da bagno sulla spiaggia ha evocato in modo assai eloquente il Mussolini a torso nudo della battaglia del grano. Se c’è un Aldilà il duce si sta rivoltando nella tomba. Infatti egli avrebbe utilizzato al meglio queste nuove tecniche, dai tweet (già allora le sue battute erano fulminanti: “Vincere e vinceremo”, “molti nemici molto onore, “li fermeremo sul bagnasciuga”, “se avanzo, seguitemi”) alle immagini in diretta per instagram: il duce avrebbe utilizzato i selfie baciando il bambino, abbracciando la massaia, sorridendo al negro. Di fronte a tutto ciò Di Maio spesso si rivolge lo stesso interrogativo del protagonista del libro di Hans Fallada: “E adesso pover’uomo?”. Allora Di Maio per darsi un ruolo punta sulla struttura visto che la sovrastruttura è tutta occupate dallo straripante Salvini, in felpa, a torso nudo, o con la mise del ciclista d’altura. Allora sul terreno della struttura Di Maio vede se gli riesce di far saltare l’Ilva oppure di provocare una rottura dei rapporti istituzionali dell’Italia con l’Europa attraverso il blocco dell’erogazione dei soldi che noi versiamo annualmente. Insomma è una bella partita che ancora non è chiaro se si tradurrà in farsa o in tragedia. Ma indubbiamente mai l’Italia è stata in un guaio così grosso.

Fabrizio Cicchitto

 

Un guaio così grosso che anche chi ha lavorato con i due dioscuri dell’estremismo sta finalmente cominciando a trovare il coraggio di dire la verità su Salvini e Di Maio. Un esempio? Eccolo. “Dopo qualche tempo di esitazione e di silenzio ho deciso di romperlo. Ho avuto la fortuna di conoscere Di Maio personalmente e di discutere di alcune cose concrete faccia a faccia (c’era con lui il fidato Spadafora ed eravamo negli uffici della Camera). Ho avuto la netta impressione che, sebbene ci mettesse una buona dose di impegno, fosse strutturalmente limitato, una specie di scolaretto che in quinta elementare pensa di poter dare l’esame di maturità. Non è possibile affidare la nostra Nazione nelle mani di persone così improvvisate, che non si rendono conto del contesto e che non hanno gli strumenti per comprendere la realtà che li circonda. I casi purtroppo sono due: o per ‘stare tranquillo’ si fa prendere in braccio da qualcuno che ovviamente mira solamente al proprio tornaconto, oppure agisce ‘random’ dicendo ogni giorno il contrario del giorno precedente e causando danni enormi alla Nazione. Di Maio non è uno statista o un politico, è uno che per caso in questo mondo malato senza selezione della classe dirigente si è trovato a rivestire un ruolo ben più grande di ciò che può sopportare, purtroppo montandosi la testa e pensando di essere ciò che non è: il salvatore della Patria. Prima va a casa e meglio è!”. L’autore di queste righe si chiama Paolo Giordana, è stato a lungo il braccio destro di Chiara Appendino al comune di Torino e ha scelto di raccontare la sua verità su Di Maio perché “la nostra vita è troppo breve per permetterci di pregiudicare con scelte scellerate il destino di milioni di persone che verranno”. Avanti il prossimo, please.

 

Al direttore - Caro Cerasa, la “politica” con l’avvento dei social network è molto cambiata. Osservando il profilo Twitter di quasi tutti i leader politici, si nota che nei loro tweet non si limitano a pronunciare parole gradite a chi li segue, ma accompagnano alle parole, atteggiamenti e foto che sono in grado di costruire consenso attorno alla propria persona: lusingano gli elettori, promettono vantaggi agli incerti, si mostrano ammirati e vicini ai cittadini, fanno promesse precise ma che all’apparenza non sembrano dispendiose, visitano ogni singola città adattandosi alle principali preoccupazioni dell’elettorato locale, inserendo ogni giorno nelle loro dichiarazioni priorità differenti. Cercano di screditare i propri avversari politici. Li attaccano nel modo più violento possibile, esasperando la comunicazione, focalizzandosi sui loro debiti, le amicizie dubbie, lo sperpero di denaro e tutti i vizi possibili. Nei loro confronti vengono ipotizzate “colpe” che, certamente, colpiscono l’immagine degli elettori. Dimenticando spesso che con i social “scripta manent” e che ciò che si scriveva qualche mese fa si può ritorcere contro in ogni momento.

Andrea Zirilli

 

Al direttore - Kant versione Giggino: “Il cielo pentastellato sopra di me e la doppia legge morale dentro di me”.

Michele Magno

 

Al direttore - Ho passato metà esatta della mia vita a Milano e metà a Genova, dove sono nato. Dividendomi tra le due città ho potuto vivere la diversa trasformazione che hanno vissuto. Il boom di Milano degli ultimi anni, che l’ha portata a diventare la città di punta del paese oggi riconosciuta come tale in ogni angolo del mondo. Allo stesso modo ho vissuto il lento declino di una Genova assopita e ripiegata su se stessa, una città da cui troppi giovani sono fuggiti.  In un momento difficile, in cui ancora nessuno ha saputo innescare un cambio di passo simile a quello vissuto da Milano, arriva la tragedia del ponte Morandi. Una nuova, lacerante ferita che sembra voler tagliare un altro pezzo di cielo ai genovesi. Sono convinto però che siano questi i momenti di rottura in cui lo spirito civico può riemergere e dare nuovo senso alle comunità, facendo sì che le persone trovino così la forza necessaria per ripartire e si riapproprino ancor di più della loro città. Il ruolo della politica e di chi governa sarà fondamentale in tal senso, perché soltanto una visione di lungo termine può trovare soluzioni per ridare slancio a una città piegata da vent’anni di declino e dalla violenza di una tragedia immane. Una visione che non sembra avere il governo attuale, troppo preso dalle proprie sparate propagandistiche e dalla retorica del No a tutto, a ogni infrastruttura, che non ha bisogno di avere una strategia, ma cui basta l’effetto diversivo della tattica, e l’indicazione di un nemico per ogni situazione. Un No che viene giustificato ricorrendo alla retorica dello spreco ma che in realtà nasconde un’ideologia e una retrograda, ma chiarissima, visione del mondo: la decrescita felice. 

Proprio Milano invece, con la riqualificazione urbana dell’ultimo decennio, con amministrazioni illuminate e con un’ottima gestione di Expo, ha dimostrato come eventi straordinari gestiti bene, con i relativi fondi, un piano e un’idea di città alle spalle, possano voler dire rilancio, sviluppo economico, benessere per la comunità. Genova allo stesso modo potrebbe diventare un banco di prova e trasformare un evento dolorosissimo in un’opportunità. Da parte nostra, come opposizione, presenteremo una proposta di legge chiara e necessaria, che tanto potrebbe aiutare la città a ripartire. Si tratta di rendere Genova una Zona economica speciale, sfruttando una norma istituita dal governo Pd per garantire condizioni favorevoli in termini fiscali e amministrativi a zone del paese collegate a una area portuale, che consentano lo sviluppo di imprese già insediate e che si insedieranno, attraendo anche investimenti esteri. E’ una proposta concreta e di buon senso, lanciata oggi dal Pd Liguria, che presenteremo alla Camera affinché Genova possa usufruire di agevolazioni che certamente potranno aiutarne la ripresa. La città è ora divisa a metà, dilaniata dal dolore e con una serie di problematiche pratiche per chi deve vivere, lavorare, studiare, spostarsi. Chiederemo con forza a questo governo di sostenere i genovesi nella fase di ricostruzione e di rilancio della città, e ci auguriamo che questa proposta possa essere discussa in Parlamento con un confronto costruttivo, nel solo interesse primario di una comunità che ha subìto una ferita così grande e che deve sfruttare quanto accaduto per tornare a essere più Superba che mai.

Mattia Mor, deputato del Pd

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