cerca

Chi metterà in pericolo l’euro, questo governo o la prossima campagna elettorale?

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 21 giugno 

21 Giugno 2018 alle 06:02

Al direttore - Singolarità, nel campo dell’intelligenza artificiale, è il momento in cui quella delle macchine supera – o supererebbe – l’umana. Per analogia lo stesso termine potrebbe essere usato a proposito del nostro futuro politico: a indicare quando l’uscita dell’Italia dall’euro diventa – o diventasse – inevitabile. Come per la singolarità logica, anche per quella politica c’è chi pensa che non avverrà, e chi invece la ritiene inevitabile. Per i primi, i processi politici sono dominati dalla continuità. Giuseppe De Rita, ad esempio, nota che la volontà di cambiamento (contro i tecnici, le istituzioni europee, l’alta burocrazia) risulta più difficile da realizzare di quanto sembra, dando luogo a episodi di più o meno interessato trasformismo. Un conto è parlare ai propri sostenitori sulle piazze reali o virtuali, altro dover interloquire con governi e organizzazioni, in Europa e nel mondo, fare i conti con la resilienza delle istituzioni, con il reticolo degli interessi, con l’immenso corpaccione della Pubblica amministrazione. Però le promesse fatte bisognerà pure, almeno in parte, mantenerle. Il sentiero che fu di Padoan e che ora Tria conferma, potrebbe essere troppo stretto: per il 3 per cento di deficit Renzi era intenzionato a battere i pugni, oggi non è tabù parlarne. Si sa, le reazioni europee, tra ammonimenti e procedure di infrazione, sono tarde a venire e a contenere lo spread potrebbero bastare buone intenzioni a Roma e comprensive parole da Bruxelles e Francoforte. Se così fosse, questo governo finirebbe per apparire la riedizione di uno dei tanti, anche recenti, che abbiamo avuto. Con una cultura diversa certo, ma forse – perché escluderlo? – apportatrice di nuove sensibilità, nuove attenzioni, nuove soluzioni di politiche pubbliche. Certo, un governo costitutivamente statalista non invertirà l’andamento della nostra produttività, non attirerà investimenti. Ma non avrà troppo da temere dalle disperse e acefale forze dell’opposizione: albergano al loro interno in nuce molti degli stessi errori, gli si possono rimproverare tante occasioni mancate quando erano al governo, in tema di concorrenza, liberalizzazioni, soluzioni di problemi incancreniti. Di suo, in peggio, questo governo avrà giustizialismo e un atteggiamento disinibito verso le norme costituzionali: basterà a svegliare uno “spirito repubblicano”? Si prospetta una “infelice decrescita”: basterà a far sorgere una nuova sinistra e una nuova destra? Il “governo del cambiamento” in realtà è governo della conservazione: di rendite e privilegi grandi e piccoli, del welfare state così com’è, di una pubblica amministrazione che non funziona ma paga stipendi. In assenza di singolarità potrebbe durare a lungo, e arrivare a nominare il nuovo Presidente della Repubblica. Ma la singolarità, per questa “maggioranza”, non è un rischio, è un obbiettivo dichiarato: liberarsi dell’euro, riappropriarsi della sovranità della rotativa, crescere svalutando. Inoltre c’è l’esigenza di Matteo Salvini di rovesciare al più presto i rapporti di forza con il M5s, far crescere il suo 17 per cento contro il loro 33 per cento. Attaccare e dissimulare è la sua strategia: attacca con Giuseppe Conte, e quando Mattarella lo ferma sul ruolo che la Costituzione assegna al presidente del Consiglio, dissimula la ritirata facendogli assumere impeccabili impegni verbali. Attacca proponendo Paolo Savona al Tesoro: dissimula esibendo un Tria a 24 carati, ma facendo rientrare Savona in Consiglio dei ministri in posizione strategica e con accresciuta autorevolezza. Spaventa i mercati con Borghi e Bagnai, e dissimula la rinuncia a farli entrare in governo, inserendone il fedele portavoce, Bitonci. Sui migranti attacca sentimenti diffusi nei quadri di Di Maio, dissimula facendolo diventare un problema europeo, e incassando per sovrappiù la difesa del tricolore dalle reazioni inconsulte che lui stesso ha provocato. Ostacoli alla singolarità non sono né gli impegni di Tria e neppure, sia detto con tutto il rispetto, i poteri di Mattarella. I modi per realizzarla si riducono a varianti di due modelli. Il primo consiste nella sostituzione della moneta emessa della Bce con una emessa dalla Banca d’Italia. Anche imponendo il blocco alla circolazione dei capitali, sarebbe impossibile evitare la corsa a ritirare i propri depositi, facendolo di sorpresa durante un weekend, come secondo il piano B di Savona. La versione moderna, sostituire dalla sera alla mattina la carta con moneta elettronica è un’ipotesi di scuola, lontana dalla realtà italiana. La seconda è la “giapponesizzazione” dell’economia descritta da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Corriere della Sera, 9 giugno): obbligare gli italiani detentori di beni finanziari all’estero (valgono 1.000 mld) ad acquistare i 700 mld € di debito pubblico attualmente detenuto da stranieri. Col che lo spread non esisterebbe più. Il nuovo debito che emetterà il Tesoro lo dovranno comperare le banche, se del caso all’uopo nazionalizzate. Il mondo degli “uomini vuoti” di T. S. Eliot finisce “not with a bang but with a whimper”. Potrebbe non essere la singolarità, ma la lunga, infelice decrescita a scrivere la fine di questa storia.

Franco Debenedetti

 

Se in un contratto di governo scrivi che vuoi fare interventi per oltre 100 miliardi indicando coperture per poche centinaia di milioni, non hai fatto un contratto per fare un governo ma hai fatto un contratto per uscire dall’euro. Su questo, caro Franco, siamo d’accordo. Ma dato che al momento la notizia è che il ministro dell’Economia ha detto che vuole essere in continuità con il passato ciò che mi preoccupa non è cosa farà questo governo dell’euro, ma cosa sarà dell’euro nella prossima campagna elettorale. Quando chi governa oggi, per spiegare perché non è riuscito a fare ciò che aveva promesso, avrà bisogno di un alibi grande come la moneta unica.


  

Al direttore - L’uso di vere e proprie “armi di distrazione di massa” – la faccia feroce contro i migranti e la sempreverde campagna anti rom – raccontano di una maggioranza che preferisce i fuochi d’artificio dell’odio alla risoluzione dei problemi concreti del paese. Secondo i dati del Documento di economia e finanza, l’Italia crescerà ancora nei prossimi anni, in virtù della positiva correzione di rotta impressa dai governi Renzi e Gentiloni, ma il ritmo della ripresa è rallentato dalle incognite internazionali, dalla prospettiva di una politica monetaria della Bce meno generosa e dalle incognite di un programma economico di governo a dir poco fantasioso. Allo stato attuale, il percorso di riduzione del deficit ci porterebbe a raggiungere l’agognato pareggio bilancio in un biennio, ma per farlo non bisogna spendere e spandere come promettono di fare i “gialloverdi”. I quali hanno da decidere se e come evitare l’aumento automatico dell’Iva e delle accise, per un valore di 12,5 miliardi per il 2019 e di circa 20 per il 2020. In questa fase piena di incognite internazionali, con i venti del protezionismo che soffiano sull’Atlantico, avremmo bisogno di un governo che rassicuri e attiri investitori in Italia, che favorisca la creazione di buoni posti di lavoro puntando su formazione, innovazione e competitività. Purtroppo, ogni mossa di questo governo sembra andare nella direzione opposta, dai propositi (al momento congelati) di uscita dall’euro fino al No preconcetto a infrastrutture e grandi investimenti. Prevale l’ideologia astratta sulla concretezza: si dice No al trattato di libero scambio tra Europa e Canada, che sta producendo vantaggi immediati per l’export agroalimentare italiano verso un paese climaticamente freddo e dunque affamato di prodotti di qualità italiani, solo per partito preso. D’altronde, chi ha conquistato il consenso attraverso campagne demagogiche intrise d’odio, oggi ha bisogno di continuare a usare l’odio contro tutto ciò che è “esterno” come sua arma principale: che sia il commercio con il Canada, che sia l’olio d’oliva tunisino, il riso asiatico o le politiche migratorie. D’altronde sono circa 30 anni che la Lega “odia” e invita i propri elettori a odiare i vicini della Lombardia e del Veneto: prima i terroni, adesso gli extracomunitari ma anche gli altri europei, cioè fondamentalmente i tedeschi. C’è sempre un vicino da odiare per chi come Salvini è cresciuto con la mentalità del nemico esterno. Solo che mentre la Lega di Bossi odiava con la testa (la critica all’assistenzialismo meridionale era ed è basata su elementi reali), la Lega di Salvini odia con la pancia. E con la pancia governa. O meglio, occupa le postazioni di governo per fare solo un gran “rebelot” ai danni dei cittadini italiani di oggi e soprattutto di domani.

Gianfranco Librandi, deputato del Pd

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi