Caro populista, si farebbe operare da un medico incapace ma onesto?

15 Giugno 2018 alle 06:17

Al direttore - I ladri fanno meno danni degli “onesti”. Era chiaro almeno fin dal mitico 1992.

Frank Cimini

 

Un buon medico si riconosce da quello che fa, non da quello che è. Il demagogo sostiene che prima ancora di capire che cosa si faccia sia importante capire chi si sia. Ma un populista si farebbe operare più volentieri da un disonesto capace o da un onesto incapace?

 

Al direttore - Quella che fu scuola d’ortodossia diventa fucina di sabotaggi: a Livorno Filippo Nogarin, primo sindaco italiano d’obbedienza grillina (Pizzarotti non conta), è oggi il nervo impazzito del grillismo e punto di riferimento di chi vuol rendere indigeribile la linea Di Maio e quindi la metamorfosi governativa del M5s in convergenza con la Lega. Abbiamo visto Nogarin in azione senza freni qualche giorno fa, insieme all’assessore Stella Sorgente (delega de iure all’Istruzione, de facto al gender), in un attacco frontale e protratto nei giorni sul tema della famiglia, su cui certamente la sensibilità del M5s non è quella del ministro Lorenzo Fontana ma che non ha suscitato una tale enfasi di sed contra in nessun altro amministratore grillino. La solerzia nel mettersi di traverso alla navigazione comune con la Lega non sta passando inosservata. Ci ha riprovato ieri, il nostro sindaco abituato a spararle aerospaziali (sarà deformazione professionale), con la vicenda Aquarius: ha tentato di fare il Gian Burrasca con un post Fb, invitando la nave a sbarcare proprio a Livorno, non fosse che in appena 20 minuti qualcuno deve avergli fatto capire di averla sparata grossa: il post è stato repentinamente rimosso dallo stesso Nogarin. Ha confuso l’idea di “città libera”, quale Livorno è per storia e per istinto, con quella di “città stupida”, ovvero gaudente dell’aumento esponenziale di delinquenza soprattutto a opera di cittadini extracomunitari.

14 furti al giorno di media nel solo capoluogo, secondo le stime della questura per il concluso 2017, accoltellamenti, spaccio, quartieri del centro (come la zona Garibaldi) divenuti Far West. Nella foga di volersi distinguere dal partito col quale è stato eletto, quasi stesse a singhiozzi annunciando la nascita di un laboratorio M5s alternativo alla linea nazionale, ha finito per dirne anche una giusta: sulla difesa della realizzazione della Piattaforma Europa per il porto di Livorno, confliggendo coi suggerimenti del suo rappresentante in Consiglio regionale Giacomo Giannarelli, il quale invece ha scritto lettere romane per chiedere di ridimensionare l’investimento per la realizzazione della Piattaforma Europa, vettore fondamentale per lo sviluppo economico del porto e, quindi, della città.

Sembra una strana gara a chi riesce a far somigliare di più il M5s a Potere al popolo. Ma il M5s non è questo e non è certo questa la linea Di Maio. Il Movimento 5 stelle ha saputo raccogliere il malcontento del paese ed è polvere di dinamite che deve essere piazzata sui nervi giusti per evitare che la spinta al cambiamento finisca per fagocitare se stessa in un vortice di statalismo dirigista e di nostalgica “creazione del nuovo senso comune” per dirla con Gramsci. In un percorso con la Lega, forza identitaria, liberale e per natura ostile a ogni forma di giacobinismo sui valori e di accentramento statalista, il M5s sta trovando uno sbocco costruttivo per incanalare l’indignazione per un’élite autoreferenziale in una attenzione per la vita pulsante della società civile. Si parla finalmente di riduzione del cuneo fiscale, di multipolarità nei rapporti internazionali, di sussidiarietà e politiche demografiche, di sburocratizzazione e di sicurezza da restituire alle nostre periferie e ormai anche ai nostri centri. Questo è certamente troppo per chi ha costruito una parentesi di potere sulla continuità col Pd: equivocità, confusione, cittadini tassati e tartassati, tassazione centralista e antisussidiaria delle scuole paritarie con procedimenti giudiziari per ottenere interpretazioni più radicali possibile delle norme per l’applicazione dell’Imu, gestione sovietica e inefficace delle società partecipate, condimenti nostalgici (si pensi alla nogarinica proposta per “via Ernesto ‘Che’ Guevara” a Livorno) a fare da contrappasso alla più totale sudditanza alle élite sui temi antropologici (Nogarin è ormai oltre Monica Cirinnà) così come sullo sviluppo locale (si pensi all’immobilismo sui bacini di carenaggio, con l’interesse di pochi e il rallentamento di un possibile volano di crescita economica e occupazionale). Il M5s è diventato forza di governo e sta dimostrando, con sorpresa di molti, di essere capace di servire gli interessi del paese superando il cerchiobottismo tipico della fase fetale e populista. L’abbiamo visto anche ieri con le dichiarazioni di Di Maio, in linea con Salvini, sullo stop al business immigratorio.

A Livorno bisognava che tutto cambiasse perché tutto restasse com’era, e ora che a Roma inizia a farsi assolutamente chiara la differenza tra M5s e Pd, in area nogarinica invece il fantasma del giacobinismo, indeciso tra il “Che” Guevara – il cechevara, labronicamente parlando – nelle nostalgie e una sensibilità radical chic sull’immagine antropologica, non ha ancora abbandonato la sede comunale. Speriamo che Di Maio riesca a far cancellare a Nogarin anche qualche brutta idea oltre ai post in cui le spara – come sempre – aerospaziale.

Lorenzo Gasperini

 

Al direttore - Avremo sì e no un paio di sedute e poi basta. Fine. Addio Roma. E’ stata un’esperienza articolata, densa di luci persino opposte. Conseguenza di una grande illusione in cui si possono scorgere con una certa facilità idiozie ma anche estro, talento, coraggio, spirito di servizio. Dall’agosto del 2015 il cda in uscita ha prodotto risultati, tanti, vari: quantitativi, qualitativi. Nel bilancio i numeri contano. Non interessano, pare a nessuno, ma contano ed è bene che ci siano. Il bilancio in ordine, un attivo di 15 milioni di euro, e palinsesti in piedi. Siamo distanti dal clima dei tagli di Gubitosi. Solo tre anni fa. Ma che anni, che volata, che scivolone. L’obiettivo da centrare era aprire il servizio pubblico radiotelevisivo alla trasformazione di un sistema broadcasting in una media company. Non ne parla più nessuno. Penso che Netflix sia allegra e pare che questo significhi che ci siamo convinti che l’unica cosa a cui possiamo aspirare è broadcast più mimosa digitale, un po’ di Rai Play e un’aggiustatina ai siti di rete e di sistema. Ma la rivoluzione è al palo. Ora arrivano quelli bravi, i figli delle piattaforme, i partiti srl, vedremo di cosa sono capaci. Approfitto dei saluti per sottolineare e ricordare una questione che a me sta a cuore: il nostro è il prodotto radiotelevisivo di una televisione pubblica, cioè sostenuta da un canone che pagano tutti, che costa 90 euro l’anno, e questo ormai fa parte di un riflesso condizionato, il rid. Allora siamo qui, siamo vivi, vedremo come cambia il mondo, ma per il prossimo semestre potete aspettarvi la resistenza di ancora una bella televisione, in scia con risultati che come amministratore sottolineo: il miglior risultato degli ultimi 8 anni ! Lo share del prime time al 20,04 per cento. (+0,9 per cento vs 2017, +0,5 vs 2011). Il vantaggio sul concorrente più storico, più agguerrito, Canale 5 è di 3,8 per cento in prima serata e dell’1,0 per cento nell’intera giornata. Chiudiamo lasciando in eredità il miglior risultato degli ultimi 11 anni sui giovani, sul target istruzione superiore e laureati. Lasciamo con un andamento in crescita anche nel day time che da sett-dic 2017 a gen-mag 2018 registra un +0,6 per cento. Risultati che smentiscono le bugie che hanno animato la polemica che ci ha accompagnato. Fabio Fazio, ricordate la polemica? Ricordate le bugie e il fuoco amico? Bene Fazio 16,6 per cento di media 2018 (+0,8 per cento vs sett-dic 2017), aggiungendo il risultato del lunedì 14,3 per cento di media 2018 (+2,2 per cento vs sett-dic 2017). Lasciamo nelle mani del prossimo futuro Roberto Bolle, Alberto Angela, Bruno Vespa i risultati di Amadeus, di Montalbano, di Don Matteo, del vicequestore Schiavone, e con sullo sfondo i Medici e il Nome della Rosa. Fin qui siamo stati quel che è sotto gli occhi di tutti. Ora arrivano quelli bravi: allacciare le cinture. Penso che sappiano che noi li terremo d’occhio e non li ripagheremo della stessa moneta. Potremmo diventare noiosi, che a casa mia significa fastidiosi, parecchio.

Guelfo Guelfimembro del Cda Rai

 

Al direttore - Mattia Ferraresi sul Foglio dell’altro ieri ha dato la compiuta espressione all’incubo che stiamo vivendo, al di là degli stessi interrogativi posti dal Russia gate. Il comportamento di Trump al G7 è stato emblematico. L’evocazione della necessità di tornare al G8 con la Russia di Putin, la provocatoria partenza anticipata per correre a Singapore a incontrare Kim Jong-un, la stessa sommaria trattativa con il dittatore coreano, la minaccia dei dazi nei confronti dell’industria europea, la riproposizione delle quote della Nato, mettono in evidenza un autentico salto di qualità (ovviamente in peggio). Trump non ha alcuna nozione dell’occidente come scelta di civiltà e di cultura sul terreno della democrazia e della libertà, ma neanche la nozione del lavoro politico che sempre gli Usa hanno svolto sul terreno di alleanze vaste e multilaterali. Solo America first e rapporti bilaterali. Casomai da un lato un bel G3 fra Usa, Russia e Cina e dall’altro l’alleanza con Putin per dividere l’Europa. Non a caso i sovranisti e i populisti di varie nazioni europee hanno proprio in Trump e in Putin il loro punto di riferimento. Per parte sua la diplomazia russa più gli strumenti tecnici ad essi collegati hanno lavorato su questa direzione in Italia, in Francia, in Inghilterra (Brexit), in Spagna (Catalogna). Di fronte a questa offensiva c’è stata sull’altro versante una serie di autogoal, dalla politica estera di Obama ai limiti della politica europea di Germania e Francia, alla linea a zig zag del Pd. Venendo meno il respiro multilaterale portato avanti dagli Usa fino a Trump l’unico oggi che fa alleanza in termini di rigorosa real politik è Putin: tipica quella con l’Iran, gli hezbollah e la Turchia in Siria. Rispetto a tutto ciò va aperta una riflessione al di fuori di ogni schema precostituito.

Fabrizio Cicchitto

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