Mattia Torre (Ansa) 

lettere rubate

Il Lungotevere il sabato sera si vede anche dalla luna. Scoperte di Mattia Torre

Annalena Benini

Le allucinazioni dello sceneggiatore morto due anni fa sono folgoranti, raccontano il nostro impazzimento, il confronto continuo con le ombre assassine, ma anche la possibilità di abbandonare l’impazzimento e pensare ad altro. Un libro di monologhi, dialoghi, racconti, storie, pensieri allegri e malinconici

Che nel traffico si vive: ma si può anche morire. “A stronzo” puoi sentire, per dire, come frase, per esempio “a testa di cazzo”, “io t’ammazzo”… Oppure “ma io t’ammazzo” col MA avversativo, come a dire sarebbe tutto regolamentato in teoria, semafori incroci precedenze e divieti, MA io me ne sbatto di tutte queste regole. Io t’ammazzo.
Mattia Torre, “A questo poi ci pensiamo” (Mondadori, 163 pp.)

Prendiamolo come un regalo che Mattia Torre ha lasciato per noi, prendiamolo come un brindisi inaspettato. Dobbiamo brindare. A cosa? A questo poi ci pensiamo. 

Di certo a questo libro che raccoglie monologhi, dialoghi, racconti, storie, pensieri allegri e malinconici di Mattia Torre. Scritti tra il 2004 e il 2019, quasi alla fine, scritti per gli attori con cui lavorava e di cui era amico, scritti per sé e poi lasciati in un cassetto, “a questo poi ci pensiamo”. E poiché Frou Rocca Torre, sua moglie, e Alberto Rollo ci hanno pensato, adesso possiamo ridere della violenza dell’automobilista al semaforo, e del condominio che è la somma di tutte le nevrosi del mondo. E della masturbazione, e della rabbia. E del piccione sovranista, che non vola più, ma cammina dritto, fiero, petto in fuori, attraversa la strada, devi inchiodare per non investirlo e lui si ferma, si volta, ti squadra: sei un radical chic del cazzo.

Le allucinazioni di Mattia Torre sono folgoranti, raccontano il nostro impazzimento, il confronto continuo e velocissimo con le ombre assassine (“che io nella vita sociale devo rispondere alla etichetta di intellettuale di sinistra, viceversa nel traffico io sono un animale”), ma anche la possibilità di abbandonare l’impazzimento e pensare ad altro. “Mi ci ha portato lui l’analista, a capire questa cosa che trovo molto originale. E cioè che con questi centosettantacinquemila euro potevo comprare magari una casa in campagna dove fare un orto e respirare a fondo e forse – forse – era molto meglio e probabilmente non sarei dovuto andare in analisi”. Ma è complicato, dopo sedici anni di mutuo e di orto avresti detto, magari davanti a un uovo di gallina: ma che sto facendo, dovevo andare dall’analista.

Il tormento di Mattia Torre è una miniera di possibilità. Di divertimento, di cose surreali a cui credere sempre, e di: a questo poi ci pensiamo. Di un’idea di giustizia, anche, che però contiene già la consapevolezza della sua impossibilità. E allora è meglio sfasciare mobili nell’immaginazione e crollare davanti a un piccione per strada, andare a tutte le feste, fare uno scherzo: introdurre di nascosto un oggetto in casa di amici, magari  una bilancia elettronica, in bagno, e vedere se impazziscono.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.