lettere rubate

In bilico tra follia e buone maniere, Shirley Jackson teorizza la reclusione felice

Annalena Benini

"Abbiamo sempre vissuto nel castello" è perfetto per farci compagnia in questi giorni freddi e tetri, o per farci venire una gran paura e voglia di fuggire di casa prima che qualcuno, esasperato dalla nostra presenza, decida di avvelenarci

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e vivo con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.

Shirley Jackson, “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (Adelphi, 190 pp.)


 

La soave, raffinata, leggiadra crudeltà di questo romanzo accompagna noi lettori dalla prima pagina all’ultima riga, costringendoci con dolcezza ad amare le turbe psichiche della protagonista. O semplicemente la cattiveria, travestita da timidezza piena di immaginazione. Questo romanzo, da poco pubblicato nei tascabili Adelphi e tradotto da Monica Pareschi, è perfetto per farci compagnia in questi giorni freddi e tetri, o per farci venire una gran paura e voglia di fuggire di casa prima che qualcuno, esasperato dalla nostra presenza, decida di avvelenarci con l’arsenico mescolato allo zucchero sui mirtilli. Forse basterà non mangiare mirtilli, forse sarà il caso essere molto più gentili con tutti. Ma può succedere invece che questo libro offra una grande scossa di felicità per la nostra condizione di reclusi. “Il venerdì e il martedì erano giorni terribili, perché mi toccava andare in paese. Qualcuno doveva pur andare in biblioteca, e fare la spesa”. Mary Katherine si spingeva per orgoglio fino al locale di Stella a prendere un caffè nero, anche se lo avrebbe desiderato zuccherato e con panna. Ma voleva ridurre al minimo i contatti e la durata di quel momento. 

 

Sua sorella Costance è ritenuta colpevole dello sterminio della famiglia, avvenuto sei anni prima, e tutti in paese odiano quella famiglia di pazzi, immaginano chissà quali ricchezze nascoste nel castello e hanno desideri di linciaggio: Shirley Jackson aveva già raccontato questi rapporti di buon vicinato ne “La lotteria”, dove l’ansia cresce a poco a poco, dove il terrore esplode con garbo. “A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”, ha scritto Stephen King nella sua venerazione per questa scrittrice che sa tenere insieme l’assassinio e l’ironia, l’allegria e il terrore. E la rovina. Esistono due sorelle più affettuose di Mary Katherine e Costance, decise a proteggersi, farsi compagnia, spazzolarsi i capelli e salvarsi la vita l’un l’altra? Mentre lo zio Julian, ridotto su una sedia a rotelle, scrive ossessivamente le memorie di famiglia e rivive di continuo la sera della strage, arriva un cugino Charles, trentenne carico di determinazione e aspettative. 

 

Vuole il denaro, vuole sedurre Costance, ormai ventottenne dunque zitella, e allontanarla dalla sorella. Che per intrattenerlo e per allontanarlo gli elenca i sintomi di una non troppo veloce morte per avvelenamento da funghi e gli fa scherzi malvagi, che tutti noi approviamo e anzi applaudiamo. Shirley Jackson è capace di trasportare in quel mondo in bilico tra reale e soprannaturale, tra follia e buone maniere, tra paura e divertimento in un modo talmente sottile e privo di mezzucci, ma con uno stile così compiuto ed elegante che  il sogno di reclusione e solitudine delle due sorelle Blackwood diventa anche il nostro sogno. Nella casa diroccata, mezza bruciata ma ancora viva, nell’assoluta estraneità a tutte le regole, tranne quella del tè coi biscotti, nelle risate in faccia al mondo che pretende di dare definizioni e che però infine si inchina alla follia e lascia polli arrosto davanti alla porta di casa, forse c’è la chiave della felicità.

  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.