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Sono uno scrittore giapponese, mangio salmone angosciato, detesto l’autenticità

Dany Laferrière prende di volta in volta la nazionalità di chi lo sta leggendo e ci racconta qualcosa sulla nostra identità 

16 Marzo 2019 alle 06:00

Sono uno scrittore giapponese, mangio salmone angosciato, detesto l’autenticità

(Foto Pixabay)

Ecco un’altra cosa che non sopporto: l’autenticità. Il vero ristorante. Le persone vere. Le cose vere. La vita vera. Non c’è niente di più fasullo. Del resto la vita è un concetto astratto.“Le piace il sushi?”.“No”. Ho deciso di restare ancora per un po’ di cattivo umore. Sembrano smarriti. In effetti se ti ritrovi in un locale giapponese e non ti piace il sushi può essere un problema.

Dany Laferrière, Sono uno scrittore giapponese (66thand2nd)

Se hai trovato il titolo, il più è fatto, pensa lo scrittore seduto davanti alla macchina da scrivere senza far niente. Inseguito dall’editore, che combatte una battaglia di immobilità e di attesa. Ma adesso lo scrittore, definito il titolatore più veloce del west, ha un bel titolo (i titoli brutti uccidono i libri belli). “Spesso i lettori mi chiedono come mi è venuto in mente un certo titolo. Non saprei. Di solito mi metto un attimo a sedere e all’improvviso salta fuori il titolo. Neanche il tempo di pensarci che il titolo è già lì. Come se mi stesse aspettando al varco. Ehi, tu, stai cercando un titolo? Mai che si possa nascondere niente! A quel punto mi balza alla gola e l’istante dopo si ritrova lungo disteso su un foglio. Devo contemplarlo attentamente, voltarlo e rivoltarlo in tutti i sensi”.

  

Il titolo è: sono uno scrittore giapponese. L’editore lo accetta con entusiasmo, lo scrive anche sulla tovaglia del pranzo per fermarlo, per renderlo vivo e vero. Lo scrittore ha inventato questo titolo, e adesso, non essendo giapponese, deve diventarlo. “Ed eccomi giunto alla domanda cruciale: Che cos’è uno scrittore giapponese? Qualcuno che vive e scrive in Giappone? O qualcuno che è nato in Giappone e che, nonostante tutto, scrive (certi popoli sono felici anche senza la scrittura)? Oppure qualcuno che non è nato in Giappone e che non sa la lingua, ma che di punto in bianco decide di diventare uno scrittore giapponese? È questo il mio caso. Devo ficcarmelo bene in testa: sono uno scrittore giapponese”.

 

Fino a quel momento abbiamo riso, soprattutto del salmone a cui lo scrittore rifila la sua angoscia per il libro (“anche stavolta mi toccherà mangiare del salmone angosciato”), ma è così evidente che Dany Laferrière, scrittore naturalizzato canadese, che occupa il seggio numero 2 dell’Académie française (ha scritto anche “L’Arte ormai perduta del dolce far niente” e “Diario di uno scrittore in pigiama”), sta raccontando molto di più, ci sta parlando dell’identità. Quando leggiamo un libro noi pensiamo alla nazionalità di uno scrittore? Ci interessano di più le loro origini, la loro pelle o le loro parole? Laferrière (o il suo alter ego letterario) leggeva Mishima e sentiva di incontrarsi con lui in uno spazio che non apparteneva a nessuno, perché era lo spazio condiviso della fantasia e del desiderio.

 

Non badava al nome dell’autore, solo molto tempo dopo ha scoperto che era giapponese. “Senza neppure rendermene conto, rimpatriavo tutti gli scrittori che leggevo in quel periodo. Ma proprio tutti. Flaubert, Goethe, Whitman, Shakespeare, Lope de Vega, Cervantes, Kipling, Senghor, Césaire, Roumain, Amado, Diderot erano miei compaesani. Altrimenti che ci facevano in camera mia? Quando, diversi anni dopo, sono diventato anch’io uno scrittore e mi sono sentito porre la domanda: Lei è uno scrittore haitiano, caraibico o francofono? ho risposto che prendo di volta in volta la nazionalità di chi mi sta leggendo. Ciò significa che, quando mi legge un giapponese, divento subito uno scrittore giapponese”. I giapponesi impazziscono quando scoprono che c’è uno scrittore che dichiara di essere giapponese. Perfino la polizia si interessa al caso, scoppiano polemiche e passano geishe, ma anche turisti giapponesi davanti alla Tour Eiffel (o è la Tour Eiffel che si è messa in posa dietro un giapponese sorridente?), e tutto, anche il finale, ruota intorno a un equivoco, a un capriccio, a un gioco divertente: a una questione fondamentale come quella della nostra identità.

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