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Gli ombrelli aperti in Piazza della Loggia, il 28 maggio 1974, e quelle vite piene di speranza

Archetti ha scritto un romanzo, non una biografia della strage, e ha cantato la vita invece della morte. La vita fino a quella mattina. Gli ostacoli superati. Le sconfitte quotidiane

26 Maggio 2018 alle 06:00

Gli ombrelli aperti in Piazza della Loggia, il 28 maggio 1974, e quelle vite piene di speranza

E’ la storia di cinque uomini e di tre donne che, prima di essere nomi su una lapide commemorativa, erano vivi, dunque né santi né eroi ma esseri umani come tutti, con i dubbi, le gioie e gli smarrimenti dell’ardente corpo a corpo con la vita.

Marco Archetti, “Una specie di vento” (chiarelettere)


  

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974. Pioveva quella mattina, la piazza era piena di ombrelli. Piena di vita. Paste al tonno da preparare al ritorno a casa, pensioni da chiedere, orologi da riparare, libertà da gridare. La vita è quando c’è la speranza: piccole speranze, un vino buono stasera, mia moglie che mi sorride, e poi di nuovo quelle grandi: la rivoluzione, il futuro, ma anche il matrimonio di mio figlio, per cui ho venduto la Seicento. La morte è quando la speranza viene strappata via, spesso tolta anche a chi resta. Otto nomi su una lapide, centodue feriti, nella strage di Piazza della Loggia a Brescia, quarantaquattro anni fa. E tutte quelle speranze, quei dolori, i pensieri grandi, la pasta al tonno, è tutto volato via insieme allo scoppio della bomba, tutto sparito? Restano solo i nomi e le commemorazioni e i processi, e quelle frasi inconsapevoli, a Brescia, “Dopotutto eri in mezzo ai rossi. Te la sei cercata”?

 

Marco Archetti ha restituito la vita, quindi la speranza, ha restituito una forma e una complessità, alle vittime di allora, e ai testimoni, al sopravvissuto che si vergogna di essere sopravvissuto. Archetti ha scritto un romanzo, non una biografia della strage, e ha cantato la vita invece della morte. La vita fino a quella mattina. Gli ostacoli superati. Le sconfitte quotidiane. E la strage che è stata la strage di tutti, anche di quelli che non erano in piazza.

   

Un pensionato di sessant’anni, che viene ammazzato con una bomba nascosta in un cestino portarifiuti il 28 maggio del 1974, prima di quel giorno ha vissuto due guerre, la fame, una moglie impazzita, un figlio all’orfanotrofio, il lavoro di notte e l’idea che il futuro vada conquistato un passo alla volta, e il futuro è riunire la famiglia, andare con loro in trattoria una volta alla settimana. Un passo alla volta, e poi una mattina decide che ha trattenuto il fiato per troppo tempo, che è ora di tornare in superficie. L’Inps è chiuso per sciopero, e lui allora va in piazza della Loggia, “contro il fascismo”. E’ un romanzo, non è necessario che questa sia tutta la verità, anche se ci sono i documenti, le testimonianze, a volte i diari, ma è necessario che ci sia dentro la grandezza, l’immortalità anche solo per un attimo, della vita umana. La vita come la conosciamo, la vita impreparata alla tragedia anche mentre attraversa la tragedia. La vita che non può concepire che una professoressa di Lettere di trentadue anni muoia una mattina di pioggia, con tutto il mondo ancora da conquistare, e la gioia di stare insieme agli altri e di aiutarli.

     

“Ve lo dico chiaro e tondo: noi, quella mattina del 1974, siamo andati in piazza perché avevamo paura, non perché eravamo degli eroi. Ma credevamo che avere paura tutti insieme fosse l’unico modo di dare un senso al coraggio. Credevamo che fosse un modo per non essere soli. Nessuno di noi – io non di certo – voleva ribaltare tutto così, da un giorno all’altro, furiosamente, senza senso”. Marco Archetti è nato a Brescia, due anni dopo la strage, ma con quella strage è cresciuto, con quella piazza davanti agli occhi, e chi come lui ha l’alfabeto per difendersi, e la capacità e l’umanità di raccontare, prima o poi viene chiamato a farlo: per ridare un senso, una compiutezza. Uno spiraglio per far passare, di nuovo, la speranza. Un anno fa, per la prima volta dopo quarantatré anni, i responsabili della strage hanno avuto nome e cognome, e la conferma dell’ergastolo. Ma non basta per mettere fine agli incubi. Questa Spoon River, questo romanzo di vite, è una specie di vento che accarezza il cuore.

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