Vita segreta e spiritosa di Samuel Beckett

Le sedute al cesso di Proust, l’avarizia di Joyce. La corrispondenza spiritosa e intensa dello scrittore

Annalena Benini

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Samuel Beckett

Una lettera di Samuel Beckett conservata al Trinity College Dublin (foto LaPresse)

Mio caro McGreevy, (…) ho letto il primo volume di Dalla parte di Swann e lo trovo stranamente diseguale. Ci sono cose incantevoli – Bloch, Francoise, Tante Léonie, Legrandin e poi passi di una pignoleria offensiva, artificiosi e quasi disonesti. E’ difficile capire che cosa penso di lui (…) La sua facondia è senz’altro più interessante e ben congegnata di quella di Moore, ma non meno prolissa, il lacrimoso gloglottio con dentiera di un ventre colicoso che evacua. Mi sa che ho bevuto troppo tilleul. E pensi che dovrò contemplare le sue sedute al cesso per sedici volumi!

Samuel Beckett, “Lettere, 1929-1940”(Adelphi)

 

Samuel Beckett scriveva lettere lunghissime, spiritose, intense e molto molto numerose. Per lo più in inglese, ma anche in francese e in tedesco. Leggeva Dante, Ariosto e D’annunzio in italiano. Di D’annunzio in una lettera scrisse: “Tutte balle!”. Questo volume di lettere è solo l’inizio, Adelphi ha dato il via all’edizione in quattro volumi delle lettere scritte nell’arco di una vita. Che raccontano delle sue letture, dei suoi tormenti di scrittore e di poeta (“ovviamente puzza di Joyce – scrive di uno dei suoi primi lavori – a dispetto dei più convinti sforzi di dotarlo dei miei odori”), e della sua paura di morire, che gli fa decidere di andare in analisi (“Il vecchio cuore ogni tanto sobbalza, come per consolarmi degli intollerabili sintomi di miglioramento”). Beckett si diverte a scrivere lettere, le cura nei dettagli, anche una breve risposta non è mai soltanto una breve risposta. e del suo lavoro con Joyce, fondamentale per la sua opera, scrive a un amico, nel 1937 (aveva trentun anni): “Caro Tom, (…) ho un raffreddore boia, non sto benissimo, vagolo in giro, bevo troppo e non lavoro. Joyce mi ha dato duecentocinquanta franchi per circa quindici ore di lavoro sulle bozze. Inutile dire che questo deve restare fra noi. Poi ha rimpolpato con un cappotto vecchio e cinque cravatte! Non li ho rifiutati. E’ tanto più semplice essere feriti che ferire”. Era povero, riceveva rifiuti editoriali, ma le lettere sono la sua palestra, hanno un’importanza smisurata, rendono possibile una scrittura di cui non osa ancora fare uso nella sua attività pubblica, scrive Dan Gunn nell’introduzione a questo volume. “Sono un canale verso sé possibili, sé di cui è ancora poco consapevole, sé che vorrebbe addirittura negare”. Che cosa aspettate a scrivere lunghissime lettere ai vostri amici, agli amanti, ai semplici conoscenti? Non per diventare Beckett, che è probabilmente impossibile, ma per andare verso i sé di cui ancora non sapete quasi nulla. Queste lettere rivelano l’insicurezza, i compromessi, i rifiuti, il desiderio di affermazione ma anche il disgusto per la notorietà (ma anche le “sedute al cesso” di Proust e la sua stessa stipsi, e l’avarizia di Joyce), e il convincimento che l’unica strada da seguire davvero fosse la letteratura. La sua biografia autorizzata, uscita nel 1996, si intitola “Damned to fame”, condannato alla fama. Ma nelle lettere, in queste lettere giovanili, non c’è la predestinazione ma il dubbio, la paura, anche il fallimento. Quando il fratello gli chiedeva, disperato: “Perché non puoi scrivere come vuole la gente?”

 

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