Miep Gies, che ha salvato il diario di Anna Frank dopo aver cercato di salvare tutti

Il contatto con l’esterno, la speranza, la protettrice. Soprattutto, la persona che ha conservato quei fogli sparsi in un cassetto con l'idea precisa della pubblicazione

Annalena Benini

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20 Gennaio 2018 alle 06:15

Anna Frank

Anna Frank (foto laPresse)

“Avete visto Moortje, la mia gatta? Se ne sta occupando l’inquilino o l’ha data via?”, chiese subito Anne, appena mi recai nel nascondiglio per prendere la lista della spesa. “E le mie cose, i miei vestiti? Miep! Hai portato qualcosa della mia roba, Miep?”

Miep Gies, “Si chiamava Anne Frank” (Utet)

Miep Gies è morta nel 2010, a centouno anni, è stata la persona che ha rischiato la vita per salvare quella della famiglia di Anna Frank. Li ha nascosti, li ha sfamati per due anni, ha chiacchierato con loro, ha portato vestiti e notizie, ha tenuto testa, alla fine, all’uomo con il revolver che le urlava: “Non si vergogna di aiutare quei rifiuti umani di ebrei?”, e dopo la fine della guerra ha ospitato Otto Frank, sopravvissuto al lager, per sei anni, l’ha visto sperare che le sue figlie tornassero vive da Bergen Belsen e poi l’ha visto disperarsi, quando un’infermiera gli ha scritto che erano morte. Miep Gies è entrata nella storia per essere diventata amica, a ventiquattro anni, di Otto Frank, che l’assunse nel suo ufficio.

 

Lei conobbe Anna che aveva allora quattro anni, e pensò che se avesse avuto una bambina, l’avrebbe voluta proprio così. Questo libro, pubblicato ora in una nuova edizione, è importante per comprendere la necessità della vicinanza umana, della solidarietà, la speranza in persone che non si lasciano accecare dalla banalità del male, ma vi si oppongono. “Miep, per quelli che aiutano gli ebrei le pene sono durissime, la prigione, oppure…”, le disse quel giorno Otto Frank. “Lo so, so quello che faccio”. Seppe sempre quello che faceva, insieme a suo marito, non ebbe mai un’esitazione e riuscì anche a salvare altri bambini ebrei. “Al mattino, per prima cosa, in un momento in cui l’ufficio era tranquillo, salivo in punta di piedi fino al nascondiglio per ricevere dalla signora Frank la lista della spesa. Se non mi dava il denaro subito, lo prendevo dalla cassa dell’ufficio, con l’intenzione di rimetterlo più tardi. Poi dovevo impedire ad Anna di farmi il suo solito fuoco di fila di domande, e le promettevo che sarei tornata più tardi con la spesa e avremmo avuto un po’ di tempo per sederci insieme e chiacchierare”.

 

Miep Gies è molto presente nel diario di Anna. “Miep arriva così carica che sembra un mulo. Quasi ogni giorno riesce a rimediare per noi delle verdure e ce le porta in bicicletta dentro grosse borse da spesa. E’ sempre lei che ogni sabato ci procura cinque libri della biblioteca. Aspettiamo con ansia il sabato perché ci arrivano i libri. Proprio come i bambini che non vedono l’ora di ricevere un regalo”. Miep è il contatto con l’esterno, la speranza, la protettrice, ma per noi è la testimone, e soprattutto la persona che, dopo l’arresto di tutta la famiglia, ha raccolto il diario di Anna dal pavimento, e i fogli sparsi su cui scriveva e riscriveva con in testa l’idea precisa della pubblicazione, e ha conservato tutto in un cassetto, senza leggere, fino al ritorno di Otto, a cui ha consegnato il diario e i fogli. Miep sapeva chi era Anna, e chi sarebbe potuta diventare: l’aveva vista con i suoi occhi, sapeva che quella ragazzina che cresceva veloce dentro i vestiti logori e che non riusciva più a infilarsi le scarpe, era una scrittrice e una pensatrice.

 

Un pomeriggio di luglio Miep era entrata nell’alloggio segreto per una visita inaspettata, e si era trovata Anna davanti, che scriveva seduta al tavolo della cucina (aveva lottato per quel tavolo, per avere diritto a un turno più lungo). “Aveva un atteggiamento di grave e profonda concentrazione, come se stesse soffrendo di un mal di testa lancinante. Il suo sguardo mi trafisse e io rimasi senza parole. Improvvisamente, quella che stava scrivendo era un’altra persona”. La madre di Anna vide la scena, capì il turbamento, le si avvicinò e disse: “Eh sì, Miep, come sa abbiamo una figlia scrittrice”. A quel punto Anna si accorse che non era più sola, si alzò, chiuse il quaderno e con la stessa espressione grave disse: “Sì, e scrivo anche di te”. “Tornai giù in ufficio e tutto il giorno mi sentii angustiata per quella gravità, continuavo a pensare: non era Anna, la ragazza di sopra”. Era lei, colta nel momento più intimo della sua vita di prigioniera. Anna non gridò e non pianse quando venne arrestata, affidò il suo diario a Miep, senza nemmeno dirlo.

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