James Matthew Barrie, che diventò Peter Pan molto prima di lui, per far felice sua madre

Lo scrittore non ha mai superato l’infanzia, e ha vissuto e lavorato in una dimensione anche tragica di “creatura di mezzo”: non bambino e non adulto

30 Settembre 2017 alle 06:00

James Matthew Barrie, che diventò Peter Pan molto prima di lui, per far felice sua madre

Foto frankjuarez via Flickr

“La seconda a destra”, disse Peter, “e poi dritto fino alla mattina”.

“Che strano indirizzo!”

“Non c’è niente di strano”. Peter si sentiva perso. Si accorgeva per la prima volta che forse era un indirizzo davvero strano.

“Volevo dire” disse Wendy gentilmente, ricordando che era un ospite “Se è quello che mettono sulle lettere”.

“Niente lettere” disse sprezzante.

“Ma tua madre ne riceverà…”

“Niente madre” disse lui. Non solo non l’aveva una madre, ma neanche ne sentiva minimamente il desiderio.

James Matthew Barrie, “Peter e Wendy” 1901

 

Quando James Matthew Barrie morì, nel 1937 a Londra, venne proclamato il lutto nazionale e arrivarono messaggi da tutto il mondo. “Peter Pan” aveva avuto un enorme successo, era già allora qualcosa di eterno. Barrie morì vecchio, ma non adulto. Era ancora un bambino perduto, si illuminava soltanto in compagnia dei ragazzi, per loro inventava meravigliosi giochi e avventure: non ebbe mai figli, ma negli ultimi anni dell’Ottocento conobbe a un party di fine anno la famiglia che ha segnato la sua vita e la sua scrittura. Madre, padre e cinque figli, (uno si chiamava Peter): giocava con loro ai giardini di Kensington e si dedicò a loro per sempre, diventandone anche il tutore quando rimasero orfani.

 

In Italia non sono stati pubblicati studi monografici su Barrie, tutti si occupano di Peter Pan, ma è uscito un piccolo libro nella collana Sorbonne delle Edizioni Clichy, “L’ombra di Peter Pan”, a cura di Giovanna Mochi, docente e studiosa di Letteratura inglese. Barrie non ha mai superato l’infanzia, e ha vissuto e lavorato in una dimensione anche tragica di “creatura di mezzo”: non bambino e non adulto, piccolo di statura, che fluttua sempre a metà strada tra la realtà e la fantasia. Uno dei suoi “ragazzi perduti”, insomma, quelli che, come scrisse nel 1902 ne “L’uccellino bianco”, cadono dalle carrozzine mentre la governante sta guardando da un’altra parte. Se nessuno viene a reclamarli entro sette giorni vengono mandati lontani, a Neverland, l’isola che non c’è, il posto di Barrie. Che ha avuto un’infanzia interrotta, quindi mai finita, e a sei anni è diventato invisibile.

 

Nono figlio di una famiglia scozzese, James non era un bambino attraente, ma era buono e silenzioso, viveva all’ombra, e l’ombra in Peter Pan è importante, dei fratelli, e soprattutto di David, il preferito della madre, il più bello e forse il più intelligente. Ma tre giorni prima di compiere quattordici anni, David morì pattinando sul ghiaccio, e la madre non si riprese mai più. Barrie cercò con tutte le sue forze di mingherlino sofferente di sei anni di diventare David, ed ebbe per sempre tredici anni. Nella biografia di sua madre, che scrisse a ventisei anni, “Margaret Ogilvy”, c’è la prova, il terribile inizio di questa mancata crescita. “Mia madre stava sempre a letto con accanto il vestitino da battesimo, io mi affacciavo alla porta e poi mi ritiravo sulle scale a piangere. Non so se fu il primo giorno o molti giorni dopo che venne da me mia sorella e mi disse, torcendosi le mani dall’ansia, di entrare in camera e dire a mia madre che aveva ancora un bambino. Allora entrai, tutto eccitato, ma la stanza era buia (…) Forse ansimavo, o forse piangevo, perché dopo un po’ sentii una voce, debole come mai l’avevo sentita prima, dire: ‘Sei tu?’. Quel tono, credo, mi faceva male, perché non risposi, e poi la voce disse ancora, più ansiosa, ‘Sei tu?’”. Io pensavo che stesse parlando a mio fratello morto, perché dissi con una vocina spaurita: ‘No, non è lui, sono solo io’. Poi sentii un grido, e mia madre si girò nel letto, e sebbene facesse buio sapevo che stava tendendo le braccia”. Barrie, da bambino, teneva su un foglietto il conto delle risate di sua madre, aveva l’ansia di rallegrarla, diceva sempre, speranzoso: “Ti fa ridere, mamma?”. E in un quaderno di appunti del periodo della scuola, dai dodici ai diciassette anni, scriveva: Crescere e dover smettere di giocare a palline – pensiero tremendo. Massimo orrore – sognare che sono sposato – svegliarsi gridando.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi