•
Riformare il tax credit ha senso, cancellarlo no. Qualche spunto
Chi ha scritto al direttore, Claudio Cerasa
19 MAY 26

Al direttore - Si parla molto, nel “campo largo”, di come scegliere la leadership. “Papa straniero”? (Anche se – lo ha ricordato recentemente Veltroni – di papi italiani non se ne vedono da cinquant’anni). Federatore? Primarie? Domande che attendono risposta dopo la preventiva, ineludibile condivisione di un programma di governo serio e di una coalizione “testardamente credibili”. Noi abbiamo maturato qualche idea, qualche tessera di un identikit che potrebbe portare a ipotizzare una leadership unitaria, seria e credibile, competitiva e vincente. Un nome, che esiste e che in questi anni ha fornito prove importanti delle sue capacità di leadership. Lo offriamo, con motivazioni, allo schieramento progressista. Il suo campo era diviso e demotivato. I sondaggi contenevano unanimemente previsioni disastrose. Ha saputo ridefinire un programma, uno spirito solidale e di unità. Senza battibecchi divisivi. Per ripartire. E passare dalla paura alla speranza. Lo ha fatto con due doti rare: mitezza e umiltà, che non significano certo mancanza di determinazione e consapevolezza nella forza dei propri argomenti e mezzi. Ha sempre considerato gli avversari come tali, mai come nemici da abbattere. Anzi, nei confronti diretti non ha mai usato toni esagerati, di demonizzazione. Lui (e il suo schieramento) hanno sempre preferito vincere e convincere con gli argomenti, anche con il sorriso, mai con urla o offese. Certo, mitezza non significa arrendevolezza. Ma ha sempre saputo reagire con fermezza – giusta fermezza – a scorrettezze e attacchi scomposti. Senza scendere al livello delle scorrettezze. Nel suo cammino, il suo schieramento ha conosciuto inciampi, sconfitte. In questi casi, come fa un leader, si è sempre saputo assumere la responsabilità degli insuccessi. Senza nascondersi. Ha saputo convincere. E quindi ha saputo vincere. Oggi, nella sua testa, al primo punto, in vista degli appuntamenti che ci porteranno al 2027, c’è certamente il grande tema dell’Europa. Obiettivo – non possono esserci dubbi – decisivo da perseguire. Ecco, questi elementi portano a un identikit, a un nome. Cristian Chivu.
Walter Verini
Walter Verini
Di sicuro, un’ottima alternativa a Conte (scegliete voi quale).
Al direttore - Caro Cerasa, sono anni che i nostri registi e attori si lamentano per il debole sostegno dello stato al cinema italiano. Non c’è cerimonia pubblica in cui non piangano miseria, magari indossando la kefiah o celebrando le imprese della flotilla. Ma nessuno di loro ricorda quanti sussidi vengono erogati e come vengono spesi. Chiedono solo che vengano aumentati. Eppure tra il 2017 e il 2025 lo stato ha regalato al cinema italiano sette miliardi e 260 milioni di euro. Regalato a fondo perduto, non prestato. Nell’anno in corso dovrebbe sborsare più di seicento milioni di euro e già si grida alla catastrofe. Non basta. Nel biennio 2022-2023 ben 345 pellicole hanno ottenuto il tax credit, ma tre su quattro non sono mai arrivate in sala. E quelle che ci sono arrivate hanno fatto anche peggio. “Prima di andare via” (2023) ha venduto ventinove biglietti, ma oltre un terzo del suo budget (due milioni di euro) è stato coperto da Pantalone. Per non parlare di “Ciak! si mangia”, la rassegna cinematografica che unisce il cinema alla gastronomia (2026): quattro milioni di euro di contributi pubblici, ottantamila euro di carta igienica dichiarata tra i costi di produzione e tredicimila euro incassati dalla vendita dei biglietti. Insomma, un regista può ricevere finanziamenti cospicui per un film visto da poche centinaia di persone e poi salire su un palco per lamentarsi che la politica non fa abbastanza per la cultura. La Corea del sud, ad esempio, usa il sostegno statale al cinema in modo radicalmente diverso: fin dal 1984, il governo finanzia con dotazioni relativamente modeste la Korean Academy of Film Arts con l’obiettivo non di proteggere il cinema d’autore dalle logiche del mercato, bensì di costruire un’industria culturale competitiva su scala internazionale. “Parasite”, “Squid Game”, “Train to Busan” sono opere che non solo vincono premi ai festival, ma che il pubblico di tutto il mondo va a vedere. Prima che i finanziamenti arrivino, i film coreani devono arrivare al pubblico; in Italia è il contrario. Il cinema italiano non ha un problema di fascismo. Ha il problema di una montagna di denaro concessa con generosità a chi non ha restituito un euro, non ha riempito una sala e non ha portato un film dove conta (Cannes). Prima di gridare “Palestina libera” alla consegna dei David di Donatello, occorrerebbe rispondere a una domanda forse meno eccitante, ma assai più urgente: come riformare un sistema che fa acqua da tutte le parti?
Michele Magno
Michele Magno
Capisco il suo punto, caro Magno, ma gliene offro un altro. Il tax credit non è solo uno strumento fiscale. E’ anche uno strumento politico. Uno strumento di soft power. Nessun paese che voglia contare nell’immaginario globale lascia il proprio audiovisivo interamente alla legge del più forte. E quando si parla di tax credit il tema non è chiedere allo stato di fare di meno ma è chiedere allo stato di fare meglio. E chiedere di fare meglio non significa necessariamente dire di sì a tutto ciò che allo stato viene chiesto da chi fa cinema. Uno stato ha il diritto di avere la sua politica industriale. Per averla nel cinema deve avere regole più rigide per riconoscere e individuare per tempo chi usa la flessibilità di una legge per imbrogliare. Ma avere una politica industriale che funzioni non significa per uno stato essere solo un bancomat. E se vogliamo entrare nello specifico forse la sintesi potrebbe essere questa. Una parte del credito si può concedere prima, per far partire l’opera. Una parte dovrebbe maturare dopo, in base a distribuzione, rendicontazione, impatto, presenze, vendite estere, festival, occupazione generata, trasparenza dei costi. Riformare ha senso, cancellare no.