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Giù le mani dalla Brigata ebraica, che ha combattuto per la libertà di tutti
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
30 APR 26

Foto Ansa
Al direttore - Con un decreto del 25 ottobre 2017 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella concedeva alla Brigata ebraica la medaglia d’oro al valor militare per il suo contributo durante la Resistenza italiana. La medaglia fu conferita alla bandiera il 3 ottobre 2018. Quella onorificenza deve essere ritirata come la grazia a Nicole Minetti?
Giuliano Cazzola
Il cretino collettivo, di solito, usa i cretini individuali per dimostrare le proprie tesi. Nel caso specifico, prova a dimostrare che un cretino che usa il nome della Brigata ebraica per sparare proiettili di plastica sarebbe il simbolo di ciò che oggi è la Brigata ebraica. Naturalmente il cretino che spara è giusto che faccia i conti con le sue cretinate, e magari anche con qualcosa di più serio delle cretinate. Ma il cretino collettivo che proverà a trasformare il gesto di un singolo nella prova generale per tenere la Brigata ebraica lontana dal 25 Aprile dovrebbe ricordare una cosa semplice: una medaglia al valor militare non si revoca per le idiozie di un passante del presente, e la storia non si cancella con un video di cronaca. La libertà per cui combatté la Brigata ebraica è anche la libertà che permette ai cretini di dire le proprie cretinate. Ma la libertà di dire cretinate non dovrebbe diventare il diritto di riscrivere la storia. Giù le mani dalla Brigata ebraica.
Al direttore - Demografia in declino, produttività stagnante da decenni, stipendi erosi dall’inflazione, giovani che emigrano: ecco il dietro le quinte dell’economia italiana, ferma al palo da almeno due decenni. I numeri di Eurostat hanno evidenziato che l’Italia, allo scadere del Pnrr, continua ad affondare nella palude del secondo debito più alto dell’Ue e del rischio recessione. Con dei fondamentali così fragili, nella presente situazione di instabilità globale, l’ossessione del governo dovrebbe essere non tanto il record di longevità dell’esecutivo quanto la crescita. Rilanciare la crescita è un problema serio, senza facili soluzioni, e richiederebbe una strategia su più anni: sarebbe il terreno naturale di confronto costruttivo ed eventuale convergenza tra le forze politiche. Per questo, come riformisti del Pd non ci sottraiamo all’urgenza di avanzare proposte. L’Italia esporta un terzo della ricchezza che produce. Tra dazi, blocchi navali e aumento dei prezzi dell’energia, il nostro paese non può sperare che, come avvenuto nelle crisi precedenti, l’export sia la salvezza. Serve una politica economica per il ceto medio, che si affianchi al sacrosanto salario minimo: per sostenere la domanda interna, serve che gli stipendi di tutti siano più alti. Bisogna avere il coraggio di rivedere la contrattazione nazionale basata sugli accordi del 1993, come spiegano Marco Leonardi e Leonzio Rizzo nel libro “Il prezzo nascosto”. Oltre a ciò serve sostenere gli investimenti delle imprese e nelle imprese, dopo i pasticci di Industria 4.0 e del Piano Transizione 5.0. Questo si fa con incentivi fiscali più semplici; agevolazioni per aumentare il capitale delle Pmi; stimoli all’innovazione e per le fusioni dimensionali; spingendo su digitale e AI, aumentando l’occupazione (soprattutto femminile) e attraendo lavoratori qualificati dall’estero. Infine, bisogna provare a ridurre il costo dell’energia, usando meglio i fondi europei derivanti dagli Ets per sostenere la transizione energetica. Non è il momento di buttare la palla in Europa, con un dibattito lunare e spesso pretestuoso sul Patto di stabilità. Se il governo vuole lasciare un segno, è ora di concentrarsi sui fondamentali della crescita in Italia.
Lia Quartapelle, parlamentare del Pd
Al direttore - Ho letto in questi giorni una notizia che merita forse qualcosa in più di una semplice attenzione distratta. Mirella Parachini ha promosso una raccolta di firme per dedicare una targa a Marco Pannella a piazza Navona, il luogo da cui tante battaglie per i diritti civili, i diritti umani e la nonviolenza hanno preso forma. Non si tratta di un’iniziativa qualsiasi. A colpire, oltre al senso simbolico del gesto, è anche la lista dei primi firmatari: un mosaico trasversale, fatto di politica, cultura, giornalismo, spettacolo. Da Giuliano Amato a Emma Bonino, da Giuliano Ferrara a Matteo Renzi, fino a Vasco Rossi. Nomi diversi, storie diverse, sensibilità lontane, ma unite da un riconoscimento comune. Forse è proprio questo il punto: ricordare Pannella non significa soltanto rendere omaggio a una figura storica, ma riconoscere un metodo, uno stile politico, una radicalità capace di parlare a tutti senza chiedere permesso a nessuno. Sarebbe bello, non crede, se questa proposta trovasse spazio anche nel dibattito pubblico più ampio? Non come celebrazione rituale, ma come occasione per interrogarsi su cosa resta oggi di quella stagione e su quanto, forse, ne avremmo ancora bisogno.
Luca Martini
Appello fantastico. Per firmare si scrive qui: [email protected]