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Alfie e il passaggio dal diritto di morire al dovere di morire. Anche no, grazie

26 Aprile 2018 alle 06:00

Il caso di Alfie Evans smaschera la deriva antropologica-culturale in corso

Un gruppo di sostenitori dei genitori di Alfie Evans (foto LaPresse)

Al direttore - Il dottor De Mattia è ossessionato dalle banche tedesche e dalla politica della Commissione in materia di aiuti di stato, a suo giudizio minata a 360 gradi da un pregiudizio anti italiano, e suggerisce, commentando un recente editoriale del Foglio, di raffreddare sempre gli entusiasmi quando l’Antitrust Ue apre un’indagine in materia di concorrenza (lettera del 25 aprile). Certo quando in epoca ante euro e ante bail-in ai governatori delle Banche centrali nazionali bastava inarcare il sopracciglio per dirigere il traffico nel mercato del credito le cose erano più semplici. Ma basterebbe un minimo esercizio di obiettività per riconoscere che accogliendo la ricapitalizzazione precauzionale per il Monte dei Paschi e la liquidazione pilotata per le banche venete la signora Verstager ha sfidato i puristi e contribuito a salvare un sistema bancario giunto all’appuntamento con il bail-in in condizioni di totale impreparazione. La teoria del complotto Ue e Bce contro l’Italia lasciamola ad altri.

Marco Cecchini


   

Al direttore - Scriveva Nietzsche in “Frammenti Postumi 1888-1889” che “Se il degenerato e il malato […] devono avere altrettanto valore del sano […] allora il corso naturale dell’evoluzione è impedito. La specie ha bisogno dell’eliminazione dei falliti, deboli, degenerati. […] La legge suprema della vita […] vuole che si sia senza compassione per ogni scarto e rifiuto della vita; che si distrugga ciò che per la vita ascendente sarebbe ostacolo”. Prima con il piccolo Charlie Gard, ieri con il piccolo Alfie Evans è stato compiuto un ulteriore e brutale passo verso la selezione – in forma giuridica – della specie umana, prospettata filosoficamente dallo stesso Nietzsche. Il giudice Hayden ha stabilito che la vita di questo “bambino straordinario” fosse “inutile” e che non poteva che sentenziarne la morte, date le sue condizioni. Nessun sussulto di coscienza nemmeno quando la realtà aveva sovvertito la diagnosi dei medici: staccandogli il ventilatore Alfie avrebbe subìto solo 15 minuti di sofferenza (in base alle previsioni dei medici) e invece Alfie ha respirato per 8 ore. Nemmeno di fronte a questo errore di diagnosi, il giudice ha voluto concedere ad Alfie il trasferimento in Italia per essere curato dall’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. Ha preferito sentenziare – con ostinazione e pervicacia – una condanna di morte, piuttosto che garantire il diritto alla vita. Possibile che uno dei diritti inalienabili dell’uomo, ovvero il diritto alla vita, esposto sia nella “Convenzione europea dei diritti dell’uomo” (art. 2 comma 1) che nella Dichiarazione Universale dei diritti umani (art. 3), non solo venga ignorato, ma venga addirittura trasformato nel “diritto alla non-vita” per i malati? Ormai si stabilisce un nuovo paradigma, cioè che la dignità della vita si giudica (è proprio il caso dirlo) in base a uno standard di qualità: se si è malati non si è degni di vivere.

Simone Grella

     

Monsignor Francesco Cavina ha usato una definizione perfetta per Alfie: “E’ un piccolo guerriero che vuole vivere”. Se ci pensate bene, il dramma famigliare del caso Alfie contiene anche un dramma culturale sul quale varrebbe la pena riflettere. Non è solo l’idea oscena che possa esistere una “vita inutile”. E’ l’idea pericolosa che la miscela tra politiche eugenetiche e politiche eutanasiche possa portare la nostra società ad accettare un salto di questo tipo: dalla difesa del diritto di morire alla difesa del dovere di morire. Anche no, grazie.

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