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Una notizia non è una tesi. Dal contratto con gli italiani a quello senza italiani

19 Aprile 2018 alle 06:17

Al direttore - Bisogna dire a Di Maio che il contratto di programma alla tedesca una volta firmato non si cambia.

Marco Cecchini

 

In pratica siamo passati in pochi anni dal contratto con gli italiani al contratto senza italiani. Delizioso Giggino.

 

Al direttore - Poco prima della sua morte, Eric Hobsbawm osservava che l’epoca in cui “gli intellettuali erano il principale volto pubblico dell’opposizione politica appartiene ormai al passato […]. In una società dominata dall’incessante intrattenimento di massa, gli attivisti alla ricerca di utili sostenitori di buone cause preferiscono rivolgersi a celebri attori o a musicisti rock anziché agli intellettuali […]. Viviamo in una nuova èra, almeno finché il rumore universale dell’autoespressione tramite Facebook e gli ideali egualitari di internet non avranno avuto il loro pieno effetto sulla scena pubblica” (“Gli intellettuali: ruolo, funzione e paradosso”, in “La fine della cultura. Saggio su un secolo in crisi di identità”, Rizzoli, 2013). Lo storico britannico del “secolo breve” descriveva con una punta di amarezza il declino di una delle figure centrali del Novecento. Ma l’intellettuale è sempre stata una bestia strana. Qual è infatti il suo mestiere? Dopo essersi posto questa domanda, Luciano Bianciardi concluse che era indefinibile. Per l’autore della “Vita agra” il vero intellettuale, in fondo, è (dovrebbe essere) schiavo di tutti e servo di nessuno. Sono trascorsi novantuno anni dalla pubblicazione del pamphlet “Il tradimento dei chierici” di Julien Benda, in cui il filosofo francese denunciava proprio l’asservimento dell’intellettuale, un tempo custode dei valori di verità e giustizia, agli interessi dei ceti dominanti (o, meglio, delle loro rappresentanze politiche). In realtà quel tempo non era mai esistito, ma forse non è mai esistito nemmeno un tempo come il nostro, dove è possibile che un curiale notista politico del Corriere della Sera definisca senza pudore “tesi del Foglio” lo scoop di Luciano Capone sul programma truffaldino del M5s. A furia di leccare qualcosa sulla lingua rimane sempre, diceva Ennio Flaiano.

Michele Magno

 

L’epoca delle verità alternative porta anche a questo: scambiare i fatti per opinioni e le opinioni per fatti. E poi devo insegnare a lei che, come da storica citazione di Flaiano, gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori?

 

Al direttore - Caro Cerasa, la presidente del Senato Casellati ha ricevuto l’incarico “esplorativo” dal presidente Mattarella. Ci sono illustri precedenti di esploratori come Fanfani e Nilde Iotti, ma solo nell’ultimo caso portarono a un governo (Goria). La scelta della Casellati ha un senso: è stata votata in maniera compatta e senza veti dal M5s (anche se espressione di Forza Italia) ed è espressione della coalizione vincente. Ora serve senso di responsabilità: quando fu rapito Aldo Moro, si riuscì ad avere un governo monocolore Dc grazie alla non sfiducia del Partito comunista, a causa della situazione di emergenza che viveva il paese. Ora non c’è un’emergenza terrorismo, ma c’è un miglioramento dell’economia italiana (certificata dal Fmi con una previsione al rialzo del pil nel 2018, dell’1,5 per cento), e questa continua incertezza è un grosso rischio (anche per l’enorme fardello del debito pubblico che necessita di un’accelerazione discendente). Ci sono 3 minoranze (e nessuna maggioranza) uscite dal 4 marzo: serve un trasparente patto tra le forze politiche che metta al centro poche, chiare priorità e che sappia sanare almeno il vuoto cosmico che separa cittadini, istituzioni e politica.

Andrea Zirilli

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