Che rapporto c'è tra imbroglioni e moralisti. Bonifici e voragine di Roma

Al direttore - Voragine? Faremo bonifico.
Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Pensandoci bene, in effetti, solo da un partito fondato da un comico poteva nascere la vicenda dei deputati dimissionari o transfughi nel gruppo misto prima ancora di essere eletti. Almeno Di Pietro gli Scilipoti e i Razzi se li teneva per un po’ dopo averli scelti e portati in Parlamento, Di Maio li sceglie e li espelle direttamente in testa di lista. Tanti vivi auguri ai “cittadini elettori” che contribuiranno a formare il prossimo gruppo misto e a finire la comica finale.

Cordialmente.

Giovanni De Merulis

 

La sintesi perfetta di tutto l’ha dati ieri su Twitter Gianfranco Rotondi: non tutti gli imbroglioni sono moralisti ma tutti i moralisti sono imbroglioni. Da leccarsi i baffi.

 


  

Al direttore - Le scrivo dopo aver letto l’editoriale di Giuliano Ferrara del 7 febbraio nel quale, a margine di un condivisibile ragionamento sulla sentenza “abortista” della Cassazione, dichiarava a sorpresa che il prossimo 4 marzo voterà Pd e quindi Emma Bonino nel collegio uninominale Roma 1 al Senato. Il centrodestra mi ha candidato nel medesimo collegio. Il mio impegno politico si fonda da sempre sulla difesa dei principi non negoziabili e da responsabile nazionale del Dipartimento Vita e Famiglia di Fratelli d’Italia ho schierato il mio partito a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e a tutela della famiglia naturale contro l’ideologia gender. Come è possibile che Ferrara promotore della moratoria universale sull’aborto e della lista “Aborto? No, grazie” si schieri dalla parte di Emma Bonino? Capisco, i tempi della campagna elettorale non lo consentono, ma mi auguro nasca una riflessione sui temi della vita, della difesa della vita. Sono certo Ferrara, che ho sempre apprezzato per le sue iniziative, avrà difficoltà ad argomentare la sua ipotesi di voto. E sono certo troverà normale, in coerenza alle sue battaglie, un saggio ripensamento.

Federico Iadicicco

 


 

Al direttore - L’editoriale del direttore Cerasa sulle “Pazzie sovraniste spiegate con l’agricoltura” coglie un punto dolente dell’attuale dibattito di politica economica nel nostro paese, dove la complessa articolazione dei reali interessi nazionali rischia di essere semplificata in modo superficiale, in un approccio politico alimentato dall’ideologia più che dal ragionamento. Sugli equivoci e i guasti che tale approccio può generare l’esempio dell’agricoltura è illuminante e non c’è altro da aggiungere. Come ben argomenta Cerasa, al sistema agroalimentare italiano il sovranismo protezionista, per giunta condito di generico anti europeismo, non conviene: punto. Detto ciò, tuttavia, per evitare che sovranismo e protezionismo dettino l’agenda della politica economica, bisogna essere consapevoli anche delle cause che contribuiscono a generarli o ad alimentarli. E’ certamente vero che il protezionismo dei dazi e delle barriere doganali è un gioco a somma negativa e che esso imporrebbe al nostro sistema economico una perdita secca; ma è altrettanto indesiderabile l’estremo opposto, ossia il libero commercio senza regole e senza freni, dove dominano gli interessi forti delle multinazionali e di chi fa concorrenza sleale. Ancora, se è vero che il sovranismo antieuropeo è sbagliato e, specie per l’Italia, perdente sul piano politico ed economico, è anche vero che l’attuale versione dell’europeismo ha i suoi problemi: non sempre ha dato dimostrazione di saper mettere d’accordo le esigenze dell’economia con le aspettative dei cittadini e non sempre è stato in grado di difendere in modo equilibrato gli interessi dei diversi stati membri.

Dunque, di fronte alle contrapposizioni ideologiche tra liberismo e protezionismo e tra sovranismo e europeismo, una strada percorribile è quella di un liberismo e di un europeismo, per così dire, “pragmatici”, con cui massimizzare i vantaggi e minimizzare i costi degli impegni sovranazionali. Sul fronte del commercio, e guardando agli interessi nazionali, questo vuol dire non abbandonare la strada del commercio “libero” ma assicurare un sistema di regole che lo rendano “equo” e “corretto”. Un sistema nuovo in cui sia possibile coniugare gli impegni internazionali con opportune dosi di politiche nazionali volte a difendere la distintività, la qualità e l’origine dei prodotti. Riguardo all’Europa, essa dovrebbe essere più inclusiva e “amichevole”, disposta a promuovere regole condivise, capaci di offrire opportunità più che vincoli. L’Europa di adesso non è così, ma piuttosto che subirla o rifiutarla, per l’Italia la vera sfida è quella di contribuire a cambiarla.

Raffaele Borriello direttore generale Ismea

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