Idee possibili per la campagna elettorale. Codacons a cinque stelle

Al direttore - Zingaretti è uguale, Gori no.

Giuseppe De Filippi

   


      

Al direttore - La proposta di Tommaso Nannicini, ripresa da Matteo Renzi, di fissare il salario minimo legale a 9-10 euro l’ora è avversata dai sindacati, i quali temono così di essere delegittimati. Ma l’idea stessa di un salario minimo legale non avrebbe senso ove fosse in vigore l’articolo 39 della Costituzione, che, conferendo rango di legge agli accordi sottoscritti unitariamente dalle parti sociali in rappresentanza della maggioranza degli iscritti, ne assicurerebbe la validità erga omnes. Le tre grandi confederazioni, ma soprattutto la Cisl, si sono sempre opposte all’attuazione dell’articolo 39. Hanno preferito affidarsi alla prassi giurisprudenziale, che per molto tempo ha funzionato egregiamente, in un regime di sostanziale monopolio della contrattazione. Ma oggi le cose sono cambiate. Secondo il Cnel, due terzi degli 868 contratti nazionali censiti sono “pirata”, cioè stipulati da organizzazioni non rappresentative con livelli retributivi largamente inferiori a quelli dei settori di riferimento. Una realtà a cui si aggiunge quella del lavoro sommerso, particolarmente diffuso in agricoltura, in edilizia e nei servizi alla persona. Il salario minimo può essere quindi uno strumento utile, anche se non risolutivo, per contrastare il fenomeno dei “working poor”, ossia di quelli che lavorano ma che restano ai confini della povertà. Per funzionare, il valore del salario minimo deve essere però ben calibrato. Se troppo alto, risulterebbe una forzatura per le aree più deboli. Se troppo basso, risulterebbe inefficace nelle aree più forti. Due anni fa, quando se ne discusse all’interno del Jobs Act, si fece riferimento a una soglia oraria pari alla metà, o poco più, del salario mediano delle imprese italiane (il voucher attuale vale 7,5 euro netti). Mi pare questo il criterio da adottare se si vuole rendere la proposta credibile e sostenibile.

Michele Magno

    

Molte idee interessanti, quid così così. Da oggi il Foglio, più che occuparsi delle coperture o non coperture delle leggi proposte, comincerà a fare una cosa speriamo più utile: suggerire delle idee semplici e pensiamo efficaci per fare una campagna elettorale tosta ma capace di far sognare. Cominciamo con gli asili. La nostra idea la trovate oggi in prima pagina. Le vostre idee, se volete, scrivetele qui: lettere@ilfoglio.it.

  


      

Al direttore - In merito all’articolo odierno a firma di Massimo Bordin vorrei spiegare al suo giornale che la nostra non è né una fatwa né una ideologia, bensì un criterio di valutazione da parte della società civile del degrado cui sono giunti i partiti politici, che pensano di prendere voti solo perché un signore è stato ascoltato da tantissimi italiani in un’occasione molto tragica in cui sono morti tanti innocenti. Questo signore sembra essere una persona perbene solo perché quel giorno ha fatto il suo dovere, ma nessuno si chiede come mai lo stesso soggetto, rappresentante della Capitaneria di porto, pur potendo e dovendo intervenire non abbia impedito che le navi da crociera passassero per anni così vicino all’Isola del Giglio. Quanto poi a Burioni, costui dà del “ciarlatano” ai suoi colleghi medici, ma sembra essere egli stesso il primo ciarlatano quando nega i danni da vaccino riconosciuti addirittura da una legge dello stato italiano, offendendo così il Parlamento. Noi pretendiamo il diritto non solo di commentare, ma anche di giudicare i partiti, e nelle prossime settimane presenteremo una ricerca su ciò che gli italiani vogliono dalla politica, consegnandola a tutti i partiti affinché la usino per i rispettivi programmi, nella speranza che né De Falco né Burioni facciano loro proposte di cui noi ci siamo resi interpreti.

Avv. Carlo Rienzi, presidente Codacons

    

Un’idea a cinque stelle. Non vediamo l’ora.

  


   

Al direttore - Buttarla in ideologia sui vaccini non dovrebbe essere consentito a nessuno, non ai 5 stelle ma neppure a Ilaria Capua, della quale abbiamo in certo senso condiviso le traversie e conosciamo l’indubbio valore scientifico. Parlare di vaccini contro l’influenza stagionale è materia delicata, tagliarla con l’accetta è operazione di dubbia opportunità, a dir poco. Dalle parti dell’Iss ci hanno abituato a certe operazioni (lo hanno fatto e lo fanno ormai con tutto ciò che riguarda i vaccini e le corrispondenti malattie infettivo-contagiose), dispiace che si aggreghi Ilaria Capua proprio sul tema più controverso. A oggi in Italia solo 22 su 100 di quanti sono stati fin qui dichiarati influenzati hanno contratto l’influenza (campioni biologici con presenza di qualche virus influenzale 391 su 1.771 analizzati), gli altri 78 sono evidentemente incorsi in qualche altra malattia rispetto alla quale il vaccino antinfluenzale niente può. Efficacia assai controversa, questa del vaccino antinfluenzale, anche in relazione all’influenza vera e propria per le ragioni note: il vaccino della stagione in corso è basato sulla tipizzazione dei virus della stagione epidemica precedente, e tutti sanno della grande variabilità dei virus influenzali. Tant’è che non c’è una sola indagine epidemiologica caso-controllo che abbia messo fine alla controversia sulla reale efficacia del vaccino antinfluenzale. Non solo, non ci sono neppure queste indagini, che pure sarebbero assai facili e poco costose da condurre in paesi, come l’Italia, in cui esiste una rete di medici sentinella della quale eventualmente avvalersi. Ne approfitto, allora, per invitare Ilaria Capua a farsi a sua volta, col sottoscritto e molti altri sensibili alla materia e niente affatto contrari ai vaccini, propugnatrice di tali indagini presso quell’Istituto superiore di sanità verso il quale nutre così grande fiducia. Magari con il suo nome prestigioso si riuscirà finalmente a spingere l’Iss a fare né più né meno il suo mestiere.

Roberto Volpi

   


    

Al direttore - Finalmente grazie al lavoro serio e composto del ministro Calenda e dei sindacati, che pare solo Michele Emiliano potesse riuscire a ricompattare (suo unico risultato!), si sta risolvendo la trattativa Ilva. Eppure nonostante i 16 miliardi persi dallo stato durante questi anni di gestione commissariale disastrosa sul piano industriale e ambientale, ora che si affaccia un acquirente disposto a investire per rilanciare la più grande industria pesante italiana, gli enti locali stanno facendo di tutto per cacciarlo preferendo il colabrodo. E insistendo nel dire, nella scalata all’immagine, di parlare come fa Emiliano a nome di tutti i cittadini pugliesi. Tutti tranne quelli della provincia di Taranto certamente, ente che ha presentato un controricorso sancendo innanzitutto che non vi è una voce unanime dei cittadini di Taranto e di certo Emiliano non ne è il portavoce. Nel frattempo non si arresta il terrorismo ambientale fomentato da una politica propagandista che marcia sul populismo scientifico. Ad esempio nei prossimi giorni vedremo ancora la città di Taranto tappezzata di manifesti di un’associazione chiamatasi “genitori tarantini” (che come Emiliano pensa di parlare a nome di tutti) che strillano su fondo nero la parola “strage”. Alla pari durante l’ultima puntata del programma di Bianca Berlinguer sono stati riportati dati tumorali scioccanti ma senza dire che sono del 2009. Si continua a diffondere allarmismo con rilevazioni risalenti a un’epoca industriale precedente l’inchiesta giudiziaria, quando Ilva era ancora in mano ai Riva, a pieno regime, e l’altoforno 5 ancora funzionante. Oggi Ilva è quasi spenta, le commesse vanno altrove, le maestranze anche e il futuro per cui si sta lavorando è annebbiato dai fumi delle chiacchiere. A questo dovrebbe servire una politica seria. A ristabilire verità, a formare una coscienza, a difendere la competenza, e a trasmettere la fiducia in un futuro diverso da Bagnoli (che inquina più oggi che prima della bonifica). Anche in campagna elettorale anziché giocare al rilancio dell’abolisci qualcosa, servirebbe spiegare ai cittadini che Taranto è meno inquinata della Pianura padana e di Frosinone, che Fincantieri acquista acciaio dalla Cina perché i tubifici Ilva sono fermi, e gli operai a casa. E che non c’è nessun pericolo nel progresso, nessuna irrazionalità nella scienza e nessuna paura nel futuro. Eppure nessuno tra le centinaia di candidati dice nulla. Mentre ce ne sono un paio che addirittura ci lottano senza essere candidati. Carlo Calenda e Marco Bentivogli. Il progresso e il futuro.

Annarita Digiorgio

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