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Dubbi sulla nazionalizzazione di Bankitalia. Camusso e le pensioni

4 Novembre 2017 alle 06:11

Al direttore - Un articolo del Foglio del 1° novembre riferisce di un argomento che sembra riprenda a circolare, sia pure in ambiti ristretti: l’ipotesi, cioè, della nazionalizzazione della Banca d’Italia. Non ci sarebbe molto da dire, dal momento che, in occasione della riforma dell’Istituto e la sua ricapitalizzazione sotto il governo Letta, furono versati fiumi di inchiostro per evidenziare l’impraticabilità e finanche l’illegittimità di una tale operazione. Si creerebbe, infatti, la Banca di stato, che diventerebbe un’appendice del Tesoro, per cui è facile immaginare quel che accadrebbe per le nomine ai vertici, fino a correre il rischio di un contrasto con il Trattato Ue. Per realizzare la statizzazione occorrerebbe, poi, sostenere una spesa enorme da parte del governo oppure si correrebbe il rischio di realizzare un’espropriazione senza equo indennizzo, costituzionalmente illegittima, come aveva maldestramente previsto la legge del 2005 (la 262) alla quale non fu data applicazione. Non si vedono le ragioni per resuscitare questo tema a meno di non voler immaginare di impiegare da parte del Tesoro le riserve auree che, invece, sono poste a garanzia della stabilità della moneta. Gli esempi di altri istituti centrali ai quali storicamente partecipa lo stato non è coerente, poiché in quei casi esiste una lunga tradizione con opportuni “contrappesi”; per la Banca d’Italia si dovrebbe operare ora un trasferimento di proprietà che, anche per le normative sopravvenute, sarebbe impraticabile. Insomma, una forzata reviviscenza, che il Foglio ha fatto bene a registrare, di un tema deteriore effetto collaterale della nomina al vertice di Palazzo Koch.

Angelo De Mattia

Converrà con noi sul fatto che una Banca d’Italia controllata da chi dovrebbe essere controllato è una Banca d’Italia destinata a non svolgere come dovrebbe (e potrebbe) il suo lavoro.

 


 

Al direttore - I sindacati chiedono l’abolizione dell’automatismo che lega l’età di pensionamento alla speranza di vita. Si tratta di un meccanismo iniquo e che penalizza l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, ha tuonato Camusso. Facciamo finta che sia vero. Allora devono però spiegare perché non chiedono l’abolizione degli automatismi salariali (scatti di anzianità) e promozionali (passaggi di qualifica), previsti nei più importanti contratti collettivi nazionali. In alcuni paesi europei, Germania e Olanda, gli scatti di anzianità sono stati convertiti in quote salariali erogate in relazione alla esperienza e alla professionalità dei lavoratori, più che alla loro anzianità di servizio. Si è quindi puntato su una maggiore corrispondenza tra professionalità e progressione di carriera. Ora, poiché credo che sia difficile distinguere tra automatismi ingiusti e virtuosi, non resta che prendere atto di una contraddizione nella cultura rivendicativa sindacale. Sarebbe almeno auspicabile un linguaggio meno populista e meno moralistico quando si invocano le ragioni della giustizia sociale nella difesa degli anziani e dei più deboli.

Michele Magno

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    04 Novembre 2017 - 11:11

    Sulla cultura rivendicativa dei nostri sindacati e sulla propensione a condividerla dei nostri governanti ci sarebbe molto da discutere. Per arrivare alla conclusione che molti se non tutti i motivi della nostra asfittica se non mancata crescita stanno tutti li.

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