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Il Papa si corregge su Rep. La sinistra è compatibile con l’euro?

30 Maggio 2015 alle 06:18

Al direttore - Ieri Papa Francesco, secondo l’agenzia d’informazione cattolica Zenit, avrebbe detto: “Ho avuto un lapsus. Leggo il Messaggero, non Repubblica”. A Largo Fochetti qualcuno ha dovuto ricominciare da zero il suo articolo domenicale.
Sebino Caldarola

 

Più che a Ezio Mauro e a Eugenio Scalfari, la nostra piena e totale e sincera solidarietà va ancora una volta, oggi più che mai, agli amici dell’Avvenire e dell’Osservatore Romano. Tenete duro, vi siamo vicini.

 

Al direttore - “… per trent’anni gli omosessuali si sono sempre caratterizzati come ‘i diversi’, e in nome di questa orgogliosa diversità hanno caratterizzato le loro battaglie per costringere la società a formulare un modello che andasse al di là del matrimonio classico borghese, che peraltro contiene in sé la parola madre, alla quale la cultura omosessuale è tendenzialmente estranea”. E’ un brano dell’intervista di Alessandro Giuli a Tommaso Cerno (il Foglio, 28 giugno 2013). Caro Cerasa, la riproponga ai suoi lettori. Come si suol dire, è di bruciante attualità. Perché, come sottolineava Cerno, occorrerebbe chiedersi se, fallito l’obiettivo di una forma alternativa di convivenza, la comunità gay – puntando anche in Italia (dopo i Pacs) alle nozze – non abbia barattato la “diversità” per “l’eguaglianza”, fino a snaturare l’essenza stessa delle sue lotte “in uno slittamento semantico che oggi dovrebbe essere oggetto di profonda riflessione”. Non so se i cattolici della Corte suprema americana o i conservatori inglesi hanno accettato il matrimonio omosex per rivitalizzare un istituto in profonda crisi economica e di significato. Tuttavia, non si può negare che tra il gay marriage e il gay pride una contraddizione ci sia. Del resto, c’è qualcosa di più conformista e di meno giacobino “nell’immagine di una coppia gay che passeggia sul prato di una villetta residenziale portando a spasso il cane”?
Michele Magno

 

Al direttore - L’articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio del 29 maggio, esaminando il caso Grecia alla luce del dialogo tra l’economista Kenneth Rogoff e il ministro tedesco Wolfgang Schäuble, acutamente solleva problemi assai complessi sulla compatibilità delle politiche nazionali con l’adesione alla moneta unica. Le risposte non sono  facili. Ma, al di là dei rilievi che possono muoversi per l’atteggiamento tenuto dalla delegazione ellenica nelle trattative con le istituzioni creditrici, anche esse passibili di critiche, il pezzo forte delle contestazioni mosse alla Grecia dai due personaggi, in particolare di Rogoff, è che il governo non ha spinto fino in fondo nell’applicazione delle prescrizioni della Troika. Siamo nel campo del controfattuale. Ma, visti i risultati dell’osservanza di quelle prescrizioni che pure vi è stata almeno per una parte non secondaria, l’immagine del cerusico di un tempo lontano che, considerato l’insuccesso del salasso praticato, ne impone altri a catena fino a provocare colposamente il decesso del paziente per dissanguamento, non è poi fuori luogo, avuta presente la diffusa critica, nelle sedi politiche e scientifiche, della linea di austerità, autorevolmente definita a suo tempo  “talebana”. Il cerusico poteva poi sempre attribuire la colpa ai ritardi nel  salassare o alla ridotta dose di “terapia”. Insomma, appare una forzatura fondare una intera costruzione critica su questo “se” relativo agli adempimenti richiesti dalla Troika. Con i più cordiali saluti.
Angelo De Mattia

 

C’è poi un ragionamento ulteriore da fare che è il seguente e che forse è la chiave di tutto. Una sinistra alternativa alla vecchia sinistra è compatibile oppure no con gli attuali equilibri dell’euro? La risposta oggi sembra evidente: se il sistema dell’euro non cambia, la sinistra della sinistra per essere coerente con se stessa e non tradire i suoi, diciamo così, ideali dovrebbe prendere atto che in questo sistema non ci può stare. E questo vale per i compagni greci ma vale anche per tutti quelli che oggi urlano a squarciagola “Podemòs!”.

 

Al direttore - Il due giugno è la festa della Repubblica. Ed è anche il giorno in cui si apriranno le consultazioni all’interno del centrodestra italiano o di ciò che ne rimane sul possibile futuro di questo schema politico figlio delle intuizioni e del carisma di Berlusconi. Queste regionali sono state impropriamente vissute a destra come una sorta di primarie senza capire che il messaggio mandato agli elettori era fuorviante e suonava grosso modo così: non siamo in partita, non giochiamo perché prima ancora di capire se tra di noi c’è un Maradona, non ci passiamo la palla. Chi a destra è in maggioranza sa che il governo non fa politiche di coalizione ma tutto dalle riforme ai decreti più urgenti è il frutto dell’umore di Renzi. E certo sarebbe più credibile recuperare la propria identità e autonomia. Prima di tornare a parlare di centrodestra al tempo dell’Italicum sarebbe quindi opportuno trovare una intesa su un minimo comune denominatore che oggi appare fantascienza. Chi ancora crede in una Europa federale, in uno stato non centralista, in uno stato garante e non padrone della vita dei cittadini? Eppure anche Salvini dice di volere una Europa diversa e molte proposte del sito di Italia Unica riecheggiano in economia le migliori del ventennio berlusconiano. Da dove ripartire? Intanto da una maggiore chiarezza nei confronti del disegno neocentralista del premier. Ma soprattutto occorre un luogo dove favorire un confronto vero. Allora le propongo: perché, certo non sostituendosi alle decisioni dei partiti e dei movimenti, il Foglio non propone un dibattito vero, non solo tra gli aspiranti leader ma soprattutto tra i “portatori di idee” per aiutare una area politica comprensiva della parte più rilevante delle nostre culture politiche nazionali a ritrovare una strada utile all’Italia e alla Europa intera?
Mario Mauro presidente Popolari per l’Italia

Ps. Se il Pd non fa il 40 per cento al primo turno scommettiamo che come a Livorno e Parma vince Grillo? Le elezioni politiche, quando voteremo con l’Italicum.

 

Lo faremo, lo stiamo già facendo, a patto che non vi illudiate che quella Cosa di cui lei parla possa essere anche lontanamente figlia o parente della parola centro. Grazie.

Redazione

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